12 gennaio

Oggi, ma nel 1968, a Molini, frazione alpestre di Folgaria, in quel di Trento, all’alba, Alessandro Valle, contadino di 30 anni, con trascorsi nell’ospedale psichiatrico provinciale di Pergine Valsugana, veniva catturato dai carabinieri dopo il matricidio della sera precedente. Veniva sorpreso rannicchiato nella legnaia dello zio acquisito Giuseppe Valle, semiassiderato e in evidente stato confusionale, dopo la nottata di fuga nei boschi innevati trascorsa scalzo, in mutande e canottiera, a -14 gradi, dopo il delitto commesso, sopraffatto dal raptus di follia, della madre Ermenegilda Mittempergher, di 70, vedova e pensionata, eliminata a randellate e a colpi d’attizzatoio per il camino sferrati al volto.
L’assassino (nella foto, particolare, la notizia dell’arresto riportata sul quotidiano torinese “La Stampa”, nel pezzo a firma del corrispondente Aldo Nicolao, con foto dello squilibrato, fornita dall’Associated press, avvolto nella coperta datagli dai militari dell’Arma) che viveva in condizioni che rasentavano l’indigenza, confessava l'omicidio. Dopo essere stato confortato con latte caldo e grappa, farfugliava d’aver fatto fuori la donna «perché la considerava una strega. Una fattucchiera intenta a preparare filtri malefici e a vendere la sua giovane anima al Diavolo». Il giorno dopo, 13 gennaio, il killer verrà portato nel manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, per essere sottoposto all’ennesima perizia psichiatrica.
La vittima aveva perso il marito due anni addietro e percepiva il vitalizio mensile di 15mila lire. Stava con i due figli: l’aguzzino, che aveva mostrato i segni della malattia mentale fin dalla nascita, e Oliviero, di 35, che pure lavorava saltuariamente. I tre abitavano in quello che le cronache del tempo definivano un tugurio. Un casolare più simile ad una baracca, dislocato in un borgo di poche anime, senza neanche i vetri alle finestre, che erano chiuse alla meglio con dei cartoni. Per lungo tempo i tre avevano dormito per terra, accomodati su giacigli rimediati, fino a quando alcuni paesani di buon cuore non avevano donato loro delle brande. Alessandro aveva trascorso anche dei periodi all’estero in cerca d’una migliore sistemazione, ma poi era rientrato in Trentino per difficoltà d’adattamento. Verosimilmente Ermenegilda aveva confidato a dei vicini che prima o poi le sarebbe toccata quella amara sorte nonostante dalla “clinica per pazzi” i medici avessero decretato la completa guarigione e soprattutto la non pericolosità sociale del suo secondogenito.

