15 gennaio

Oggi, ma nel 1996, a Pescara, dopo 40 giorni dall’omicidio di Cristiano Scaletta, di 19 anni, tranquillo studente universitario della facoltà di Economia e commercio dell’ateneo “Gabriele d’Annunzio”, avvenuto il 5 dicembre 1995, in strada Fonte Locca, a San Silvestro, con un colpo di calibro 22 sparato sotto l’orecchio destro a distanza ravvicinata, si spegneva l’attenzione mediatica sul giallo. Il caso si avviava lentamente verso l’archiviazione. Rimarrà un cold case, ovvero senza un colpevole assicurato alla giustizia (nella foto, particolare, la notizia del ritrovamento del cadavere pubblicata sul “Centro” del 6 dicembre 1995 a firma di Federica Paris corredato dall’immagine ad alto impatto emotivo scattata da Rino D’Ostilio).
Nei dettagli nessun segno di violenza era stato rinvenuto sul corpo senza vita di Scaletta, secondo il referto autoptico dell’anatomopatologo Aldo Carnevale. Inutili s’erano rivelate le due ore di trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”, dell’11 dicembre ’95 condotte da Giovanna Milella, con tanto di collegamento da piazza Le Laudi, luogo dell’ultimo parcheggio dell’Honda Lead 50 blu avuta da Cristiano dal padre Gianfranco dopo aver superato l’esame di terza media alla scuola "Michetti". Ugualmente senza seguito era rimasta la supplica a costituirsi lanciata dall’arcivescovo Francesco Cuccarese durante la messa del 10 dicembre a San Cetteo. Il sipario si chiuderà dopo tre telefonate anonime effettuate al 113, del 19, 24 e 27 dicembre di quel ’95, del presunto assassino.
Ipotetico sicario che, con voce rotta dal pianto, aveva confessato d’aver freddato l’ex scolaro della sezione E del liceo scientifico cittadino “Leonardo da Vinci” sostanzialmente per fatalità. Senza volerlo. E la vicenda, sulla quale brillantemente avevano lavorato il capo della squadra mobile della Polizia Mario Della Cioppa, il capitano del reparto operativo dei Carabinieri Antonio Rizzacasa e il sostituto procuratore della Repubblica Aldo Aceto, verrà spedita in soffitta soprattutto col bollino del morto divenuto tale per regolamento di conti -una sorta d’esecuzione- consumata nell’ancora oscuro limbo degli omosessuali del capoluogo adriatico.
Ciò in base al rullino di foto definite “osè” nei puntuali pezzi firmati da Antonio “Tonino” Buccilli, firma di vaglia della nera locale, sul dorso abruzzese del “Messaggero” del 19 dicembre ’95, di lettere confidenziali vergate da altri uomini e recuperate nella casella di fermo posta intestato alla vittima, su inserzioni di richieste di incontri particolari effettuati dal malcapitato su riviste come “Gay Italia” e “Abruzzo annunci”. In estrema sintesi, dopo 30 anni, la triste sorte toccata a Scaletta appartiene solo al dimenticatoio d’una comunità frettolosa abituata a lasciarsi alle spalle tutto sempre più con disinvoltura. Invece di meritare comunque una preghiera, religiosa o laica che sia. Scaletta verrà menzionato il 10 marzo 2018, sulle pagine del “Centro”, per accostarlo logisticamente ad un altro episodio di giovane vita spezzata. Quella dello spoltorese Alessandro Neri, di 23 anni, rinvenuto esanime, l’8 marzo 2018, in via Vallelunga, con due buchi in testa. Poi niente più.
