16 gennaio

Oggi, ma nel 1900, a Verona, al ponte in ferro dedicato alla memoria di Giuseppe Garibaldi, sulla sponda destra del fiume Adige, veniva rinvenuto dalle lavandaie Luigia e Maria l’involto di stracci legati con lo spago contenente i resti del cadavere smembrato con la scure di Isolina Canuti, infermiera di 19 anni, scomparsa da casa il 5 gennaio precedente. Ma mancava la testa. La vittima, che verrà identificata soprattutto grazie ad un tovagliolo e ai vestiti, era da tre mesi legata sentimentalmente a Carlo Trivulzio, di 25, rampollo di una nobile e facoltosa casata di Udine, in servizio come tenente del VI° battaglione alpini, dimorante a pensione in una stanza limitrofa all’abitazione di via Cavour 25 dell’operaio Felice Canuti, padre vedovo della malcapitata. Isolina fungeva da madre per i fratelli minori: Viscardo, di 12, Clelia, di 16, Alfredo, di 13.
Secondo l’ufficiale delle penne nere la ragazza era incinta, ma di un altro tenente. Lui, che pure l’aveva “posseduta”, non si riteneva responsabile della gravidanza. Comunque le aveva dato suggerimenti su come abortire. Secondo la lettera anonima che verrà recapitata, il 9 novembre 1901, nella redazione del quotidiano “Verona del popolo”, diretto dal deputato socialista Mario Todeschini, la Canuti sarebbe stata assassinata in una stanza al piano superiore della Trattoria del chiodo di Annibale Isotta durante il tentativo di farle perdere la gravidanza. Verosimilmente ad opera di un tenente medico rimasto ignoto, che aveva agito su indicazione proprio di Trivulzio. Il chirurgo improvvisato, dopo aver fatto ubriacare la ragazza, insieme ad altri commilitoni e ad un’amica di lei, Emma Poli, le avrebbe infilato una forchetta nell’utero tenendola stesa su un tavolaccio.
L’operazione sarebbe finita male: per dissanguamento. Presumibilmente la Canuti voleva tenere il figlio e probabilmente anche sposare Trivulzio. Quanto alla Poli, scomoda testimone, verrà fatta fuori, il 24 febbraio di quel 1900, in circostanze non chiare -con buona probabilità avvelenata in ospedale- prima che potesse rendere testimonianza. La vicenda della feroce soppressione di Isolina Canuti, definita -a pagina 35 del volume scritto da Alessandro Riva e Lorenzo Viganò, intitolato “365 delitti. Uno al giorno”, pubblicato dalla casa editrice milanese Baldini & Castoldi nel 1998- scrofolosa, ovvero col collo ingrossato dal rigonfiamento dei linfonodi per infezione tubercolare, quindi poco attraente, affetta da anemia, di modeste origini e reputata "di facili costumi", diverrà emblema non solo di omicidio senza un colpevole assicurato alla giustizia, ma proprio del “femminicidio” perpetrato per nascondere quello “stato interessante” in quanto l’unione tra due classi sociali così distanti avrebbe causato uno scandalo.
Il fatto di sangue e le relative implicazioni spaccheranno il Belpaese tra innocentisti e colpevolisti, a favore o contrari di Trivulzio. Che alla fine la passerà liscia. Tutta la triste storia verrà rievocata anche dalla scrittrice abruzzese d’adozione Dacia Maraini nel romanzo “Isolina” (nella foto, particolare, la sovraccoperta di una copia autografata dell’edizione del ’92, con prefazione di Rossana Rossanda), che sarà pubblicato da Mondadori, di Milano, nel 1985 e conquisterà il 7° Premio Fregene di letteratura di quell’anno.
