25 gennaio

Oggi, ma nel 1983, a Valderice, in provincia di Trapani, in via Antonino Carollo, all’1.12, un sicario di Cosa nostra che rimarrà ufficialmente ignoto uccideva, con 17 colpi di mitraglietta calibro 7,65 Luger, Giampaolo Ciaccio Montalto, di 41 anni, sostituto procuratore della Repubblica distaccato nel tribunale trapanese, mentre era nella sua Volkswagen Golf bianca intento a rincasare, a 8 chilometri dall’ufficio. La macchina non era blindata e non aveva scorta nonostante le minacce ricevute.
Il magistrato era particolarmente impegnato nella lotta contro il traffico mafioso di droga, ma anche sulle connessioni tra onorata società e politica, anche grazie ai suggerimenti fornitigli dal collega Carlo Palermo, operante a Trento dal 1975 al 1984 e poi a Trapani dal 1985 al 1989 proprio per proseguire le indagini che s’erano intrecciate con quelle del defunto Ciaccio Montalto. Infatti s’erano incontrati a Trento tre settimane prima dell’assassinio del 25 gennaio ‘83. Entro beve lasso di tempo avrebbe dovuto iniziare a prestare servizio alla Procura di Firenze, su sua richiesta di trasferimento, in quanto aveva riscontrato che nel capoluogo toscano vi si fosse insediato un nucleo malavitoso trapanese di peso.
E aveva denunciato tale sua scoperta nell’intervista televisiva del 15 ottobre 1982 accordata al giornalista Fausto Spegni per la rubrica della televisione di Stato Tg2 dossier nel corso della quale aveva anche denunciato espressamente la solitudine dei togati attivi contro lo strapotere mafioso. Ma proprio il trasloco di sede avrebbe potuto nuocere agli affari fiorentini della criminalità organizzata facente riferimento a Salvatore Riina e Mariano Agate ed era alla base della sua esecuzione. Il corpo senza vita (nella foto, particolare, riverso nell’auto) verrà notato dai vicini solo alle 6.45 perché i residenti della zona non davano peso agli spari credendo provenissero dai fucili dei cacciatori di frodo.
Da 4 mesi non viveva più insieme alla moglie Marisa La Torre, di 40, trapanese, insegnante d’italiano e di storia all’istituto tecnico trapanese “Salvatore Calvino”, e alle tre figlie Maria Irene “Marene”, di 12, Elena, di 9, e Silvia, di 4. La vittima era entrata in magistratura nel 1970, come uditore giudiziario, proprio a Trapani. Era nato a Milano, pur avendo origini trapanesi, per questioni legate al lavoro di giudice del padre Enrico che era arrivato anche in Cassazione. Il contorto iter processuale volto ad appurare mandanti ed esecutori dell’omicidio porterà alla condanna, in via definitiva, confermata in tutti e tre i gradi di giudizio, proprio di “U curtu” e del “Papetto” di Mazara del Vallo.
Anche grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Rosario Spatola, Giacomo Filippello, Vincenzo Calcara e Matteo Litrico. Ma non ad assicurare il killer dietro le sbarre. Infatti inizialmente il responsabile verrà individuato prima in Salvatore Minore di San Vito Lo Capo e poi in Mariano Asaro di Castellammare del Golfo, tra l’altro associato alla loggia massonica “Iside 2”. Ma l’uno, “Totò”, benché ritenuto latitante oltreoceano, era già deceduto - strangolato a Palermo, il 20 novembre 1982, dai corleonesi ed il cadavere era stato fatto sparire - e l’altro, “L’americano”, verrà completamente assolto con sentenza passata in giudicato. Tutta la vicenda verrà rievocata nel volume del saggista trapanese Salvatore Mugno intitolato “Una toga amara. Giangiacomo Ciaccio Montalto, la tenacia e la solitudine di un magistrato scomodo”, che verrà pubblicato dall’editore Di Girolamo, di Trapani, nel 2013.
