Assalti ai bancomat con le bombe: il pm chiede condanne per 22 anni

È la pena complessiva che rischia di essere inflitta a 3 imputati che hanno scelto il rito abbreviato Alla sbarra ci sono altri 5. Il gruppo criminale aveva creato «senso di allarme nella collettività»
CHIETI. Ventun anni e nove mesi di carcere complessivi per tre componenti della banda che ha terrorizzato il Chietino assaltando i bancomat con le bombe. È la richiesta formulata dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani, ieri mattina, alla fine della sua requisitoria nel processo con il rito abbreviato nei confronti di Sabri Yermani, 31 anni, Carlo Grossi (33) e Angelo Dibartolomeo (36), residenti tra Stornara e Orta Nova, in provincia di Foggia. Il pubblico ministero ha sollecitato per ognuno di loro una pena a 7 anni e 3 mesi di reclusione e 9.000 euro di multa.
LE ACCUSE
Sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al furto di autovetture e alla fabbricazione, detenzione, porto e utilizzo in luogo pubblico di ordigni esplosivi rudimentali, le cosiddette «marmotte», per depredare gli sportelli automatici di banche e uffici postali; bombe capaci di proiettare schegge anche a 35 metri di distanza. Degli stessi reati devono rispondere Riccardo Masciavè, 35 anni, Girolamo Rondella (36), Giandomenico Palmieri (38), Roberto Russo (23) e Marco Conversano (28), anche loro foggiani: i cinque non hanno scelto riti alternativi e, adesso, rischiano il rinvio a giudizio. Le decisioni del giudice per l’udienza preliminare Morena Susi arriveranno venerdì prossimo.
LE INDAGINI
Sono stati i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Chieti a fermare le imprese di questa gang criminale che, come ha rimarcato il giudice per le indagini preliminari Andrea Di Berardino nell’ordinanza di custodia cautelare firmata un anno fa, era diventata un «pericolo per l’ordine pubblico» e aveva creato «senso di allarme nella collettività». Agli otto imputati sono contestati tre colpi, che – nel 2021 – hanno fruttato 76.000 euro, alla Bper di Miglianico, alle Poste di Villa San Vincenzo di Guardiagrele e alla Bcc di Canosa Sannita (tentato).
LA BASE OPERATIVA
Il covo della banda era un appartamento di Francavilla al Mare, sulla statale 16, nelle disponibilità di Dibartolomeo: una vera e propria base operativa dove gli imputati sono sempre transitati per l’organizzazione logistica, per il furto delle auto staffetta, per nascondersi subito dopo i colpi e per calcolare i tempi delle azioni criminali durante i sopralluoghi preliminari agli assalti. A incastrarli sono state le immagini delle telecamere di sorveglianza nelle aree dei furti, l’esame del Dna prelevato sui reperti, il cui esito è stato comparato con i profili genetici presenti nella banca dati nazionale, e l’esame informatico dei gps delle auto impiegate per i raid.
I PRIMI ARRESTI
I sospetti si sono indirizzati verso il gruppo di criminali foggiani dopo il furto al bancomat di Fara San Martino, avvenuto il 9 ottobre 2021, durante il quale un residente di 78 anni si è affacciato dal balcone e ha sparato contro i ladri, colpendo Grossi a un fianco. I complici hanno accompagnato il ferito all’ospedale di Vasto: ricostruendo il tragitto, analizzando le immagini delle telecamere, raccogliendo le testimonianze in ospedale e trovando il Dna di Grossi su una delle auto utilizzate per la fuga, i carabinieri di Lanciano sono arrivati anche a Rondella, Yermani e Dibartolomeo, poi arrestati nelle settimane successive.
GLI INDIZI
A quel punto, gli investigatori hanno proceduto a ritroso nel ricollegare agli indagati anche altri assalti agli sportelli automatici avvenuti, in precedenza, in comuni limitrofi. Attraverso l’analisi dei tabulati telefonici sono emersi i contatti costanti di Dibartolomeo e Rondella con Masciavè e, a catena, quelli con gli altri indiziati. È così venuto fuori che quest’ultimo ha affittato a noleggio a Cerignola una Fiat Tipo, poi usata per raggiungere i luoghi in cui si sono verificate le azioni criminali, come conferma il gps di cui l’auto è dotata. I gravi indizi di colpevolezza emersi con l’analisi delle celle telefoniche agganciate dalle utenze degli indagati, ha riassunto il gip, si combinano con i gps, installati sulla vettura «inequivocabilmente noleggiata da Masciavè», nonché su quelle rubate e utilizzate per raggiungere gli Atm; con la prova filmata della presenza, sui luoghi dei reati, delle automobili personali di Conversano, di Yermani e di Rondella; con il profilo genetico di Grosso isolato su un guanto e su un passamontagna, rispettivamente rinvenuti all’interno delle Alfa Romeo Giulietta (da qui il nome dell’operazione, Juliet) impiegate per fuggire dopo gli attacchi ai bancomat di Canosa (tentato) e Guardiagrele.
LE “MARMOTTE”
Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno sventato almeno due assalti. Il 29 settembre 2021 i malviventi, intercettati a Miglianico, hanno gettato dalla “solita” Giulietta due marmotte, ovvero i manufatti metallici a forma di “T” imbottiti con 600 grammi di polvere pirica ciascuno, le cui estremità vengono inserite nella fessure che erogano le banconote.
IL CAPO
Al vertice dell’associazione per delinquere, secondo gli investigatori, c’era Riccardo Masciavè, ritenuto il rampollo di una famiglia mafiosa e lui stesso, si legge nelle carte dell’inchiesta, «sospettato di appartenere alla criminalità organizzata».
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