Bimbi del bosco, parla mamma Catherine: «I miei figli traumatizzati, in struttura si svegliano di notte e hanno gli incubi»

La madre: «Soffrono perchè non possono più dormire con me e Nathan. Il loro mondo precedente era senza problemi. La punizione abbassa l’autostima»
VASTO. «I miei figli sono traumatizzati perché non possono più dormire con noi genitori. Si svegliano la notte con gli incubi, sentono la nostra assenza. Prima, a casa, avveniva così quando avevano paura del buio». Inizia così, con questa fotografia di un’intimità interrotta, il lungo confronto tra le istituzioni e una visione del mondo che rifiuta i canoni della modernità. A parlare è Catherine Birmingham, la mamma del bosco di Palmoli. Siamo all’interno della struttura protetta di Vasto, un luogo distante anni luce dall’abitazione di pietra e dai boschi dove la famiglia ha vissuto fino a poche settimane fa. Di fronte a lei siedono gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti. Sono lì per incontrare i tre bambini, in esecuzione di un mandato preciso: l’ordine del tribunale per i minorenni dell’Aquila che, lo scorso 20 novembre, ha disposto l’allontanamento dei minori dalla famiglia e il loro collocamento in comunità. Catherine, come è riportato nella relazione della Asl, difende la scelta compiuta anni fa insieme al marito: «Io ai miei figli ho voluto garantire una realtà di vita scevra dai problemi del mondo». È la sintesi di un progetto esistenziale che ha escluso le convenzioni sociali. Gli specialisti, guidati dal responsabile Riccardo Alessandrelli, provano a cercare un varco. La domanda che pongono alla donna è un tentativo di compromesso: le chiedono «se sia possibile trovare un punto di mediazione per dare almeno ai bambini una istruzione e favorire la socializzazione». È il nodo centrale della vicenda: il diritto-dovere all’istruzione garantito dalla Costituzione contro la libertà educativa rivendicata dalla famiglia. La risposta di Catherine, che per venticinque anni è stata insegnante di equitazione e dunque possiede una propria struttura pedagogica, è positiva: «Ci sono migliaia di persone che la pensano come me e mio marito Nathan. La nostra intenzione non è non dare un’opportunità didattica, ma iniziare il lavoro sull’apprendimento dopo i sette anni di età. Il cervello dei bambini è maggiormente predisposto dopo aver fatto esperienze dirette nella natura». La tesi che la donna espone ai medici non è un rifiuto dell’apprendimento in sé, ma una critica ai tempi e ai metodi della scuola dell’obbligo. Catherine entra nel dettaglio, illustrando una teoria dello sviluppo cognitivo che privilegia l’esperienza sensoriale e l’interesse spontaneo rispetto all’imposizione. «Le persone sono maggiormente predisposte ad apprendere se prima si crea un background di interesse: il cervello cresce più lentamente, ma si sviluppa maggiormente nel tempo. I bambini acquisiscono anche più voglia di imparare. La punizione e l’essere ripresi abbassano l’autostima». Il confronto si sposta poi sul caso specifico della figlia maggiore, che oggi ha otto anni e che, secondo i parametri ministeriali, dovrebbe frequentare la terza elementare. Alla domanda se la bambina abbia iniziato un percorso di apprendimento formale, la madre spiega: «È stata in ospedale e gli eventi successivi hanno interferito su questa proiezione. Un anno è servito per ridurre il trauma sfruttando la natura e gli animali attraverso l’apprendimento esperienziale». Eppure, nelle pieghe di questo scontro ideologico, emerge più di uno spiraglio. Di fronte alla pressione delle istituzioni, Catherine si dice favorevole a far apprendere i bambini con un insegnante. Non è una resa incondizionata, ma un’apertura condizionata al rispetto dei suoi principi base: «Ma non bisogna forzare il cervello: va favorito l’apprendimento su spontaneità del bambino, al fine di sviluppare la creatività. Per l’apprendimento, per esempio, usiamo il puzzle con le lettere». Proprio mentre il colloquio tecnico tra la madre e gli esperti della Asl è in corso, nella struttura arriva Nathan Trevallion, il padre. La sua posizione è diversa da quella della moglie, che vive nella stessa struttura dei figli (ma può stare con loro solo durante i pasti): lui, secondo le disposizioni attuali, ha il permesso di vederli solo tre volte a settimana. L’osservazione riportata dai presenti descrive una reazione immediata, istintiva, che forse vale più di molte valutazioni: «I bambini mostrano entusiasmo e si recano in una stanza dove stanno con entrambi i genitori». È l’immagine finale di una famiglia che, nonostante i provvedimenti giudiziari e le barriere, si riconosce ancora come tale.

