Bimbi del bosco, la maestra: «Non sono qui per giudicare, voglio ascoltarli e aiutarli»

Lidia Camilla Vallarolo (in pensione) da oggi insegnerà nella casa famiglia: «Mi adatterò e non forzerò la mano. Avrei voluto agire nell’anonimato»
VASTO. «Aiuterò questi bambini. Insegnerò loro a leggere, a scrivere e a far di conto, come si diceva una volta». In questa frase, pronunciata con la pacata fermezza di chi ha passato 43 anni tra i banchi, sta la sintesi di un impegno che scavalca la cronaca giudiziaria. Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, una vita intera dedicata alla scuola elementare Spataro di Vasto, non cercava la luce dei riflettori. Anzi, la teme. È andata in pensione il primo settembre 2024, ma il richiamo di quel servizio che considera quasi una missione l’ha riportata in prima linea. Stavolta, però, l’aula non ha le pareti colorate di una scuola pubblica, ma gli ambienti di una casa famiglia. I suoi alunni sono i bambini del bosco di Palmoli, i tre figli della coppia anglo-australiana prelevati dalla loro casa lo scorso 20 novembre, su disposizione del tribunale per i minorenni dell’Aquila. Bambini che, per lungo tempo, hanno vissuto fuori dai radar delle istituzioni, senza mai varcare la soglia di un istituto scolastico. Mentre nella sua cucina l’acqua bolle per la cena e una nipotina interrompe con la curiosità tipica dell’infanzia, la maestra Lidia accetta di rispondere alle domande del Centro e, da stamattina, si prepara a insegnare a chi, fino a ieri, cresceva con i ritmi della natura, i rumori degli animali come sottofondo e senza contatti con insegnanti tradizionali.
Maestra Lidia, è arrivata la notizia ufficiale: sarà lei l’insegnante dei tre bambini del bosco. Come mai ha deciso di accettare un incarico così particolare e delicato?
«Guardi, in realtà la mia intenzione iniziale era un’altra. Mi ero offerta di dare una mano come volontaria alla scuola Spataro, dove ho insegnato per tantissimi anni, dal 1996. Pensavo di aiutare le mie ex colleghe con i bambini stranieri che stanno arrivando numerosi e che non parlano l’italiano».
Poi, cos’è successo?
«Hanno chiesto di occuparmi di questa situazione specifica. Io credo che quando una persona decide di mettersi a disposizione per dare un aiuto, non debba scegliere dove andare in base alle proprie preferenze, ma debba recarsi dove serve, dove le istituzioni segnalano un bisogno effettivo. Me l’hanno chiesto e ho risposto di sì. Per me, sinceramente, non faceva differenza: l’importante era prestare il servizio che avevo deciso di offrire».
Lei è andata in pensione da pochissimo tempo. Le è mancata l’aula in questi mesi?
«Un pochino sì, è inevitabile. Come le dicevo, ho vissuto la scuola per quarantatré anni. Sono entrata in classe a sei anni come alunna e non ne sono mai uscita: appena terminati gli studi ho iniziato subito come maestra del doposcuola e poi ho vinto il concorso. È stata una carriera senza interruzioni. Se avessi continuato, quest’anno avrei seguito una seconda elementare e sarebbe stato il mio ultimo anno prima della pensione definitiva, ma avendo già tutti i contributi ho preferito fermarmi. Evidentemente, però, il richiamo della classe era ancora forte».
Ha già avuto modo di conoscere i bambini a cui dovrà insegnare?
«No, per il momento li ho intravisti appena, da lontano. Non posso dire di averli conosciuti davvero o di aver parlato con loro».
Sarà lei a dover insegnare loro le basi. È questo l’obiettivo principale?
«Beh, sono una maestra, quello è il mio compito e quello devo fare».
Di questa vicenda giudiziaria e umana così complessa che coinvolge i tre minori, che idea si è fatta?
«Sinceramente non l’ho seguita molto. Si sentono sempre notizie diverse, versioni contrastanti. In generale seguo poco i giornali e i telegiornali perché ormai trasmettono soltanto notizie di guerre e cose brutte che mi mettono ansia. Non ho voluto prendere una posizione, né approfondire troppo i dettagli legali della faccenda».
Immagino però che le faccia piacere essere utile a questi bambini in un momento così difficile per loro.
«Mi avrebbe fatto piacere aiutare qualsiasi bambino, non è una questione specifica legata a questo caso. Questi mi sono capitati per caso. Le dico la verità: se avessi saputo che ne sarebbe nata tutta questa confusione mediatica, forse avrei rinunciato. Io avrei voluto agire nell’anonimato. Ho tantissime colleghe che fanno volontariato nelle carceri, nei centri per immigrati o negli ospedali e nessuno dice niente, nessuno le cerca. Invece per questi bambini c’è un’enfasi che non capisco. Per me è lo stesso gesto, è la stessa cosa che fanno le mie colleghe altrove».
L’attenzione dei media è dovuta al clamore che questa famiglia ha suscitato a livello nazionale. Quali sono le qualità fondamentali che una maestra deve mettere in campo in una situazione del genere?
«Vedo quello che fanno le mie colleghe ogni giorno: servono empatia, preparazione e una grande capacità di collaborare. Bisogna sapersi adattare alle situazioni impreviste e, soprattutto, serve una pazienza infinita verso le mamme, che ultimamente sono diventate molto apprensive».
La bambina più grande ha otto anni e i due gemelli ne hanno sei: nessuno di loro è mai stato a scuola prima d’ora. Che tipo di approccio pensa di utilizzare per recuperare questo tempo?
«È una situazione che non ho mai affrontato prima, quindi non ho una ricetta pronta. Vedrò sul momento, mi adatterò a quello che troverò. Non ho un’idea precisa perché bisogna navigare a vista: ci si organizza man mano che le cose si presentano».
Si tratta del cosiddetto homeschooling, anche se svolto in una struttura di accoglienza. È una sfida che la preoccupa?
«Diciamo che è la prima volta che mi occupo di istruzione al di fuori del sistema scolastico tradizionale. A me le parole inglesi danno fastidio, chiamiamola pure scuola parentale. Penso che sia un metodo che può funzionare quando serve, ad esempio per bambini con problemi di salute che non possono frequentare i gruppi per rischio di ammalarsi. In casi particolari si usa, come si usa la scuola in ospedale. Certo, in situazioni normali sarebbe sempre meglio la scuola normale, ma qui ci adattiamo alla necessità».
Al di là della didattica, della grammatica e dell'aritmetica, quali valori vorrebbe trasmettere a questi piccoli alunni?
«Dipende da quello che serve a loro, e questo lo scoprirò solo lavorando. Molti mi chiedono cosa farò, ma è come all'inizio di una prima elementare: finché non entri in classe e non vedi chi hai davanti, non puoi decidere un metodo. Il mio approccio è sempre stato adattato alla classe. Non è per reticenza che non rispondo, è che davvero queste interviste avrebbero più senso a maggio, dopo mesi di lavoro».
Come sarà organizzata la sua settimana lavorativa nella casa famiglia?
«L’idea è di andare quattro giorni a settimana: lunedì, martedì, mercoledì e giovedì. Poi ovviamente dipenderà dalle esigenze, dalla salute e dagli impegni, perché, insomma, anch’io ho la mia età».
Cosa farà domani (oggi per chi legge, ndr), nel suo primo giorno effettivo di lezione, dopo le presentazioni di rito?
«Bisogna agire con tatto dal punto di vista emotivo. Cercherò di ascoltarli, se vorranno parlare, ma se saranno riservati o timidi non forzerò la mano. Magari proverò a farli giocare un po’ per rompere il ghiaccio. Immagino che siano bambini stressati dalla situazione che stanno vivendo, quindi bisogna muoversi con cautela».
Sullo stile di vita della famiglia Birmingham-Trevallion, che cosa pensa?
«Preferisco non dare giudizi. Non è il caso che esprima pensieri in merito. Il mio ruolo è quello di aiutarli a imparare a leggere, a scrivere e a far di conto. Qualsiasi mia opinione personale sulla vicenda non sarebbe d’aiuto al mio compito educativo».
Lei è originaria di Torino ma vive a Vasto da moltissimo tempo. Si sente una vastese a tutti gli effetti?
«Sì. Vivo qui da quando ho 12 anni».
Che cosa la spaventa in questa fase?
«Mi spaventano le telefonate continue dai numeri sconosciuti e mi preoccupa quello che i giornalisti possono scrivere. Ho paura che le mie intenzioni vengano travisate o di ricevere denunce, dato che il clima attorno a questa storia è molto teso».
Speriamo che questo percorso possa restituire ai bambini un pezzo di normalità. Inizierà domani (oggi per chi legge, ndr)?
«A Dio piacendo sì, se riuscirò a entrare nella struttura senza essere assalita dai giornalisti. Spero di poter svolgere il mio lavoro in pace, per il bene di questi piccoli».

