Bimbi del bosco, le educatrici: «La mamma ci deride, da lei reazioni d’ira ingiustificabili»

La responsabile della casa famiglia: «Catherine ha bisogno di uno psicologo». E gli avvocati della coppia contro l’assistente sociale: «Usa toni inaccettabili»
VASTO. «Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e le nostre spiegazioni. Non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che, a suo dire, sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa». È una frase netta, quella di Lucia Fiorillo. La responsabile della casa famiglia di Vasto, dove dal 20 novembre vivono i bambini del bosco di Palmoli insieme alla madre, traccia un bilancio che chiude ogni spazio di mediazione. In queste righe si consuma il ribaltamento della prospettiva: se la relazione della Asl aveva aperto più di uno spiraglio per il rientro, i servizi sociali e la struttura ospitante descrivono ora una situazione di conflitto permanente.
Catherine Birmingham vive nello stesso edificio dei figli, ma al piano superiore. Può incontrarli solo in corrispondenza dei pasti. Una convivenza che, stando agli ultimi report, ha generato attriti costanti. È un quadro di litigiosità quello che emerge da questa relazione e da quella parallela dell’assistente sociale Veruska D’Angelo. Un documento che si pone in contrasto totale con le valutazioni degli esperti della Neuropsichiatria della Asl, favorevoli al ricongiungimento.
Uno dei terreni di scontro principali resta l’istruzione. Attualmente una maestra in pensione raggiunge la struttura per fare scuola ai tre fratelli. Quando l’insegnante ha chiesto di essere affiancata da un’educatrice interna, il meccanismo si è bloccato. Secondo Fiorillo, almeno inizialmente, ciò non è stato possibile a causa della «percezione di squalifica e di rifiuto che i bambini hanno percepito da parte di Catherine».
Annotano ancora gli operatori: «Questo comportamento della figura materna si sta presentando sempre più frequentemente nei confronti dell’équipe educativa e nonostante i continui tentativi di trovare un dialogo e un approccio collaborativo». La casa famiglia, dunque, esprime un giudizio severo: «Le difficoltà di adattamento della madre sono indubbie, ma tutto ciò non giustifica il comportamento irrispettoso, soprattutto davanti ai bambini che si trovano a dover dare una spiegazione alle reazioni della madre».
Il documento individua un peggioramento temporale preciso: «La madre dalle festività natalizie è in crisi: nervosa e contrariata nel non veder concretizzare un rientro a casa dal marito, è stata travolta da un malessere evidente, per il quale sarebbe opportuno un supporto psicologico». La tesi della struttura è che, senza un passo indietro dei genitori, il progetto fallisce: «La collaborazione è fondamentale per il benessere dei minori, è un processo che richiede tempo e impegno concreto, anche in situazioni di disaccordo e in stato di preoccupazione e disadattamento».
Le tensioni si sarebbero ripresentate al momento delle vaccinazioni. I piccoli sono stati immunizzati, ma l’operazione avrebbe innescato nuove frizioni. Secondo la relazione, «Catherine ha visibilmente espresso la sua contrarietà e non condivisione». Tuttavia, di fronte alla necessità di gestire i figli, la coppia ha collaborato: «Dopo un iniziale rifiuto dei bambini, con l’aiuto di entrambi i genitori è stato possibile somministrare le dosi».
Diverso è il giudizio riservato a Nathan Trevallion, che vive fuori dalla struttura e vede i figli tre volte a settimana. «Sono momenti vissuti con entusiasmo dai bambini», si legge nel documento. L’interazione descritta è positiva: «Giocano insieme al padre che mostra interesse e comprensione per le emozioni dei piccoli, li incoraggia e li rassicura fornendo anche notizie dei loro amati animali e di quello che fa lui durante le giornate, creando, nel complesso, un’atmosfera serena e rilassata». Nathan assumerebbe anche un ruolo di contenimento rispetto alla moglie: «Più volte si è impegnato nel rassicurare e supportare la moglie, essendo stato informato e avendo anche visto di persona le reazioni d’ira ed esagerate di Catherine nei confronti delle educatrici».
Mentre si valuta di far iniziare ai tre fratelli attività sportive esterne per favorire «ancora di più le loro interazioni e relazioni con i coetanei», l’assistente sociale D’Angelo pone una condizione: «Affinché i bambini possano inserirsi in un contesto sociale più ampio» è fondamentale «il sostegno delle figure genitoriali, in particolare la madre che svolge un ruolo attivo all’interno della struttura». L’avvertimento è formale: da Catherine e «dagli operatori interessati non dovrebbero arrivare messaggi ambivalenti che possono essere fortemente destabilizzanti per la serenità dei minori».
Il conflitto si sposta poi sul piano legale. È scontro aperto anche tra i difensori dei genitori, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, e la D’Angelo. Dopo che il Servizio sociale ha respinto la richiesta di revoca, sostenendo che «non vi sono elementi che possano giustificarla», i legali hanno inviato una lettera durissima, parlando di «risposta apparente che elude, ancora una volta il confronto e l’interlocuzione dialettica». Gli avvocati si dicono sorpresi che sia ritenuto legittimo «il contegno della D’Angelo che, come ampiamente rappresentato dai Trevallion, le rarissime volte in cui si è recata in casa di persone “perbene”, mai pericolose o violente, lo ha fatto, pur sapendo della presenza dei minori, con al seguito le forze dell’ordine, in spregio a qualunque convenzione sottoscritta e riconosciuta e al buon senso largamente inteso».
La tensione sale ulteriormente su un passaggio dell’ultima relazione, dove la D’Angelo segnalava presunte opacità precedenti alla visita dei neuropsichiatri. I legali sottolineano come l’assistente sociale si «azzarda ad affermare “sono emerse alcune reticenze da parte della madre e degli avvocati difensori”». Una frase che Femminella e Solinas respingono annunciando denunce: «Un’espressione e dei toni inaccettabili per i quali anticipiamo ogni opportuna azione».
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