Vasto

Bimbi del bosco, l’ex operatrice: «Catherine è come in prigione»

14 Febbraio 2026

 Ieri la donna è apparsa stremata al termine dell’incontro con la professionista nello studio dell’Aquila: «Loro hanno paura e io non posso proteggerli»

VASTO. La facciata color crema della casa famiglia è a pochi metri. È da questo osservatorio che arriva la testimonianza più dura sulla condizione di Catherine Birmingham. A parlare non è una passante, né un’attivista. È Lidia Aucone, una donna che quelle mura le conosce dall’interno, per averci lavorato «tantissimi anni» prima di andare in pensione. La sua voce, raccolta dall’inviato de La vita in diretta Claudio Giambene mentre si trova in strada, rompe il silenzio che circonda la struttura di Vasto dove, dal 20 novembre scorso, vivono i bambini del bosco di Palmoli e la loro madre. E le parole che usa per descrivere la vita lì dentro non hanno nulla a che fare con l’assistenza o la protezione. Hanno il suono metallico della reclusione.

«È una prigione. L’hanno messa al 41-bis». La definizione, con il riferimento al carcere duro per i mafiosi, è brutale, iperbolica forse, ma restituisce l’immagine di un isolamento che va oltre la misura disposta dal tribunale per i minorenni dell’Aquila. Lidia non usa mezzi termini davanti alle telecamere di Rai1. Da quel piazzale, che diventa un confessionale a cielo aperto, racconta ciò che filtra attraverso le maglie strette della riservatezza. Le notizie – assicura Lidia – le arrivano da chi è rimasto, dalle ex colleghe che ancora varcano quel cancello ogni mattina. È un tam-tam di preoccupazione che descrive una donna, Catherine, ormai ombra di se stessa.

«Piange. Piange di continuo». È questo il refrain che esce dalla struttura. Non c’è la rabbia strategica descritta nelle relazioni dei servizi sociali, né l’ostilità calcolata. C’è il dolore puro, monocorde, di una madre separata dai figli pur vivendo sotto lo stesso tetto, costretta a vederli solo in orari stabiliti, come in un regime di visita carcerario. Lidia indica con il dito verso l’alto, verso i piani superiori dell’edificio. Il suo sguardo si ferma su un balcone, su un ballatoio di cemento che corre lungo la facciata.

È lì che spesso compare la mamma del bosco. «Io penso sempre a Catherine e guardo sempre quel balcone...», confida l’ex dipendente, lasciando emergere un timore che va oltre la sofferenza psicologica. La paura è che la tenuta mentale della donna possa cedere all’improvviso. «Che alla fine non fa qualche pazzia. Non è facile per una mamma».

Il contrasto visivo è stridente. La telecamera indugia su una parete vetrata della casa famiglia, decorata con disegni colorati. Ma dietro quel vetro, in penombra, si intravede solo la sagoma di Catherine che continua a camminare, sola. L’allegria di quei disegni sbatte contro la realtà di una donna che vive un tempo sospeso, fatto di attese e di pianti.

Lidia spiega anche perché, di fronte a questo quadro, dall’interno non si levi alcuna voce ufficiale di dissenso. Perché nessuno parli, se non nel segreto di una conversazione privata tra ex colleghe. «Hanno paura», scandisce la pensionata, stringendo tra le mani il manico di un ombrello blu. «Hanno paura di perdere il posto di lavoro».

La donna si muove nel piazzale, si sistema la sciarpa. Il suo è uno sfogo che nasce dalla conoscenza diretta delle dinamiche interne, ma soprattutto da un’empatia che ha superato le barriere professionali. Non vede in Catherine un “caso” da gestire, né un soggetto “ostile” o “squalificante” come tratteggiato nei report finiti, nelle ultime settimane, sui tavoli dei giudici dell’Aquila. Vede una madre disperata. Vede un trattamento che percepisce come punitivo, sproporzionato rispetto alla colpa di aver voluto vivere diversamente.

Mentre la facciata dell’edificio si staglia dietro gli alberi spogli dell’inverno, la definizione di «41-bis» è un’accusa pesante, che trasforma quella casa famiglia da luogo di tutela a luogo di pena.

Sul caso rompe il silenzio la Fondazione che gestisce la casa di accoglienza: «Da decenni siamo un punto di riferimento per le istituzioni, i servizi sociali e il sistema giudiziario minorile, lavorando in rete con scuole, associazioni, enti pubblici e realtà del terzo settore. Nel corso degli anni, decine di bambini e adolescenti sono stati accolti e accompagnati con dedizione e competenza in fasi particolarmente delicate della loro vita. L’utilizzo di espressioni – quali prigione, 41 bis – riferite a una comunità educativa rappresenta una grave e inaccettabile distorsione della realtà, oltre che un’offesa non solo alla struttura e ai professionisti che vi operano, ma soprattutto ai minori che vi sono accolti e protetti. Ogni provvedimento organizzativo e ogni intervento educativo viene adottato esclusivamente sulla base delle indicazioni dell’autorità giudiziaria e dei servizi sociali competenti, e sempre nell’interesse esclusivo del minore. Sarebbe auspicabile spegnere al più presto i riflettori, come atto di tutela e di responsabilità verso chi non ha voce e non può difendersi».

Nel frattempo, nel primo pomeriggio di ieri, Catherine e il marito Nathan Trevallion sono tornanti nella studio della psichiatra Simona Ceccoli, all’Aquila, nell’ambito della perizia disposta dal tribunale per i minorenni sulla capacità genitoriale. Un momento difficile soprattutto per mamma Catherine, apparsa stremata dopo l’ennesima notte insonne e con i suoi figli in preda agli incubi. «La cosa che mi preoccupa di più», ha detto la donna all’uscita dallo studio, «è la paura che i bambini stanno provando. E io non posso proteggerli, soprattutto la notte».

È chiaro il riferimento alla porta chiusa dagli operatori dalla casa famiglia per non consentire contatti tra la madre e i tre figli (vedi l’articolo accanto). L’incontro con la professionista nominata dai giudici è stato aggiornato a venerdì 20 febbraio.

Nelle prossime ore i legali della coppia, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, presenteranno una nuova istanza per chiedere il ricongiungimento di una famiglia che, ormai da 86 giorni, non conosce più pace.  

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