Palmoli

Cara giudice, non negate la madre alla bimba ricoverata in ospedale

11 Maggio 2026

Questa coppia è sottoposta a un “41bis genitoriale”. A loro viene limitato addirittura il diritto di mantenere il rapporto con i figli anche in una situazione di emergenza

Gentile dottoressa Cecilia Angrisano,

mi rivolgo a lei, che per il suo ruolo presso il tribunale per i minorenni dell’Aquila ha la responsabilità ultima di quello che sta accadendo alla famiglia del bosco. Lo faccio, mi creda, non per un qualche espediente dialettico o retorico, ma perché credo che, data la gravità della situazione che si è prodotta, denunciata ieri dalla drammatica e composta lettera di Catherine Birmingham (la pubblichiamo qui, in prima pagina), anche nella sua mente si stia facendo strada il dubbio provvidenziale, quello che ti consente sempre di illuminare ed evitare l’errore.

Questo sentimento, questo dubbio, non può che riguardare l’ultimo surreale divieto imposto ai genitori dei bambini del bosco: quello che proibisce alla piccola Trevallion-Birmingham, ricoverata in ospedale, di avere al fianco sua madre. Attenzione, lo ripeto perché sia chiaro: il divieto imposto dai gestori che agiscono su vostro mandato (per ora con il suo nulla osta) non è ai genitori, ma ai bimbi, a cui vengono negati il diritto alla cura e all’assistenza affettiva. Credo che lei condivida con me almeno questa certezza: quando un bambino è ricoverato, l’amore di una madre e di un padre (che non sono privati in via definitiva della loro genitorialità) siano un bene irrinunciabile.

Non solo per una visita, un’ora o due al giorno, come accade a un carcerato. Ma per tutto il tempo che serve ad una piccola che si ritrova per la prima volta ricoverata in un letto, e (per di più) che viene trattenuta per un periodo che diventa di giorno in giorno drammaticamente più lungo. Io credo che lei, leggendoci, in questi mesi, abbia capito bene cosa pensiamo di questa vicenda: l’arbitrio nella gestione del caso, lo strapotere degli assistenti sociali, l’incertezza e la contraddittorietà dei provvedimenti adottati nella gestione dei piccoli, il continuo mutare delle argomentazioni critiche sulla famiglia, il quasi totale disinteresse del Tribunale che lei rappresenta per questi elementi cruciali e decisivi, hanno prodotto molti danni, in primo luogo ai bambini.

Non posso certo pretendere che lei condivida il nostro giudizio di cronisti che hanno seguito ogni fotogramma di questa vicenda, e che hanno offerto ai lettori ogni documento, ogni punto di vista, ogni opzione, anche quelle più distanti dalla nostra. Teniamo fermo il nostro giudizio critico, ma cerchiamo di capire, anche quando appare difficile, quale ratio stiate seguendo, e perché. Persino una logica punitiva va capita e spiegata. Ma adesso – credo che lei se ne stia rendendo conto – una nuova linea è stata superata nell’accanimento: limitare le visite di una madre ad una bambina malata è un passo senza ritorno, rappresenta la rottura di un sacro principio di civiltà. Lei saprà che la legge Gozzini in Italia riconosce questo diritto persino ai detenuti. Cosa avranno fatto di così grave i Trevallion per essere trattati peggio?

Ed ecco il punto su cui mi piacerebbe avere la sua opinione. Chi gestisce questo caso sta imponendo (passo dopo passo) una sorta di “41 bis genitoriale” per cui i Trevallion (non si capisce bene perché) non solo vengono sospesi dalla potestà genitoriale, ma addirittura vengono limitati nel loro diritto di mantenere il rapporto con i figli persino in una situazione di emergenza di salute, che poi è – come tutti capiscono – anche uno stato di emergenza emotiva. Capisco e intuisco bene il disagio di chi ha segregato i piccoli in una casa famiglia separandoli con metodo da tutte le loro relazioni: questa bimba che non si è mai ammalata vivendo nel freddo del bosco, in una casa riscaldata da una cucina economica, contrae una infezione bronchiale (questo è stato spiegato ai genitori) proprio mentre era nella struttura per così dire “protetta”.

Ma cosa c’entra la bambina con le vostre idee? Perché impedirle di tenere la mano di sua madre durante il ricovero, per un tempo che speriamo sia limitatissimo? Cosa cambierebbe questo atto di buonsenso anche rispetto al resto dei divieti? Se poi al trattamento di questi giorni si aggiunge il modo in cui si è arrivati a questo nuovo divieto, si capisce quale vetta di gravità sta toccando il regime di segregazione genitoriale dei bimbi: nessuna comunicazione del ricovero fornita alla madre (ormai trattata come una appestata ed una nemica), e alcune telefonate al padre (senza però trovarlo).

Notificazione dei fatti al padre solo quando lui ha chiamato (perché non si poteva avvisare Catherine? Mistero). Dopodiché doppia imposizione di un divieto: quello di visita e di assistenza, e persino quello di avviare un consulto con dei medici di fiducia di fronte al prolungarsi del ricovero. Aggiungiamo anche l’incredibile serie di divieti che hanno scandito l’imposizione crescente di quello che definisco un “41 bis parentale”: divieto al padre di trascorrere la giornata del Natale con i figli. Divieto alla madre di restare nella struttura. Espulsione della madre della struttura e divieto di visite (incredibile ma vero). Divieto (imposto per alcuni giorni, poi revocato di fronte al dissenso quasi unanime di qualsiasi esporto di psicologia dell’infanzia) persino di effettuare videochiamate.

Tentativo di trasformare in colpa genitoriale (persino nelle perizie) gli eventuali stati di angoscia o disagio dei bambini. Divieto di visita non vigilata (questo – mi perdoni l’ironia – davvero da Telefono azzurro) persino alla zia e alla nonna ottantenne, che per volontà delle assistenti sociali, dopo un viaggio di trenta ore in aereo, dalla lontana Australia, hanno potuto vedere i nipoti solo poche volte, per meno di due ore. Io sono un curioso della psiche umana, e le confesso, dottoressa Angrisano, che mentre raccontavamo questi divieti mi chiedevo: ma la straordinaria tutrice dei minori nominata dal tribunale aquilano oggi che fa, che dice? Probabilmente era distratta o dormiente. L’abbiamo vista risvegliarsi dal suo letargo, tuttavia, quando si è prodotta in una durissima invettiva. Contro la madre, ovviamente. Per censurare i contenuti di un libro – come sanno bene i nostri lettori – che non solo non aveva letto, ma che non era stato pubblicato (ancora adesso non è in libreria, lo sarà solo il due giugno), e che all’epoca non era ancora neanche scritto.

Dottoressa Angrisano, io capisco che tutti questi soggetti – educatrici, assistenti sociali, giudici minorili, curatrici, perite – stanno agendo come se non dovessero rispondere a nessuno, quindi nell’arbitrio più totale. Però credo che se lei anche per un solo momento si porrà nell’unico punto di vista che si deve seguire nel momento della malattia, quello del minore, converrà con noi che si può permettere a questa madre di assistere sua figlia. So bene che ormai questo gruppo sembra prigioniero del congegno burocratico che ha costruito, e anche della difficoltà ad ammettere i propri errori. Ma adesso, la prego, ponga lei un limite: lo faccia in modo formale, o anche informale. Almeno finché questa bimba sta male sospenda questo “41 bis genitoriale”. Che ad oggi ha una sola vera vittima: non papà e mamma Trevallion, ma una bambina che se ne sta ricoverata in un letto d’ospedale.

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