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Caso Trevallion, il reclamo dei legali: «Catherine dipinta da strega Su di lei pregiudizi e falsità»

18 Marzo 2026

«Esercizio sordo del potere, compromessi i diritti di una famiglia. Le relazioni di assistente sociale e struttura protetta offendono l’intelligenza»

 

VASTO.

«Catherine Birmingham è stata tratteggiata dall’assistente sociale, e da chi le ruota attorno, in una esaltazione di stereotipi e sospetti: rievoca nei pensieri quasi “la donna difettosa” declinata alla fine del XV secolo nel Malleus Maleficarum». È un’immagine durissima, volutamente letteraria eppure ancorata alla cronaca, quella che gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, difensori di Catherine e del marito Nathan Trevallion, inseriscono nel reclamo con cui chiedono di riunire la famiglia del bosco di Palmoli.

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Il riferimento è al trattato latino del 1487, scritto dal frate domenicano Heinrich Kramer.

«Al tempo», scrivono i legali, «le donne accusate di stregoneria venivano sottoposte, tra le altre, alla prova dell’acqua. Legate a un masso venivano gettate nelle acque più vicine, se sopravvivevano le acque le avevano rifiutate e, dunque, erano sì colpevoli, se annegavano, post mortem erano considerate innocenti. Donne che, ieri come oggi, non avevano diritto a un processo vero. Qualunque azione era letta con la certezza della colpevolezza, nell’impossibilità oggettiva di difesa, mortificata da un giudizio già scritto. Mutatis mutandis e pur consapevoli della forzatura, il parallelismo serve a decifrare come la Birmingham possa sentirsi ogni volta che una sua azione viene letta con la malevola lente del pregiudizio». Nell’articolato ricorso di 38 pagine, gli avvocati mettono in fila tutti i motivi per i quali va annullato l’ultimo provvedimento del tribunale per i minorenni dell’Aquila, con cui la madre – definita oppositiva e litigiosa – è stata cacciata dalla struttura protetta, dove invece continuano a vivere i suoi tre figli malgrado il trasferimento in un’altra struttura disposto dai giudici. «La Pec, notificata, inverosimilmente, alle ore 8.20 della mattina stessa prevista per l’audizione dei minori e dei test sui genitori, è stata avvertita per le sue modalità come un sordo esercizio del potere che, da un lato, ha ottenuto il severo effetto di paralizzare la consulenza nella parte di ascolto dei tre bambini e comprimere il sacrosanto diritto dei Trevallion a un contesto equilibrato e sereno, dall’altro ha disatteso finanche ogni astrazione di attenzione e cura del dolore che deve essere garantito a tutti e da tutti coloro che della vita altrui hanno il potere di “disporre”».

Un’ordinanza peggiorativa che «si fonda esclusivamente sulle osservazioni, palesemente ostili e malevole, degli assistenti sociali e della struttura». Più nel dettaglio: «Leggere la sequela di accuse e la vera e propria gogna mediatica e processuale patita da Catherine ha dell’inaccettabile, il diverso rispetto ai canoni, ritenuti ordinari dalla società attuale, è trattato come una mefistofelica rappresentazione di ogni stramberia nociva, con delle compromissioni psicofisiche per la donna con possibili severe ricadute. Una caccia alle streghe che si è tradotta in una ricerca ossessiva, morbosa e persecutoria fondata su innegabili pregiudizi». Per i legali, è un «sistema intollerabile che lede la giustizia e che necessita di essere infrenato. L’intento, neppure troppo scaltro e fastidiosamente disinibito, si è palesato nelle ultime relazioni di Veruska D’Angelo (l’assistente sociale, ndr) e di Lucia Fiorillo (responsabile della casa famiglia, ndr) che si arrischiano a sostenere, offendendo il buon senso e l’intelligenza di chi lo recepisce oltreché la verità dei fatti, che i bambini il giorno stesso dell’allontanamento della madre erano “sereni”» e che il maschietto, «a distanza di quattro giorni, miracolosamente non ha più risvegli notturni» e le femminucce «non mangiano più le mani fino a ferirle e sono tutti felici e contenti di “annusare” vestiti profumati come se mai non ne avessero avuti. Una descrizione falsa e nociva che grida dignità». A tal punto che gli avvocati arrivano a parlare di «miracoli» di una casa famiglia «che evidentemente confida nella imbecillità di chi legge e giudica. Questi sono fatti che descrivono l’attendibilità di soggetti che continuano a fuorviare il tribunale».

Dalla casa ai vaccini, dall’istruzione alla socialità: per la difesa, tutte le problematiche che, lo scorso 20 novembre, avevano portato alla divisione della famiglia sono state superate. «Diversamente opinando, la coppia genitoriale continuerebbe a scontare una sorta di peccato originale che ne comprometterebbe, per sempre, la capacità e il conseguente giudizio». Nel ricorso vengono contestate «le relazioni copia-incolla dell’assistente sociale e della casa famiglia» e si sottolinea come sia stato completamente ignorato l’invito al ricongiungimento contenuto nella relazione della Neuropsichiatria infantile della Asl, dunque un ente terzo. «Si ribadisce», attaccano i legali, «come la giustizia non possa essere gestita dagli assistenti sociali che, contornati da accoliti, alterano l’accertamento fattuale e dispongono della vita altrui».

Un’assistente sociale che, è precisato nel documento, invitata a posticipare di qualche ora la cacciata di Catherine, «dando in tal modo il tempo ai bambini di essere preparati a un’eventualità che mai avrebbero immaginato e quindi evitare lo strappo di notte, rispondeva: “E cosa cambia!”». Nelle ultime relazioni, assistenti sociali e casa famiglia hanno “salvato” solo papà Nathan, ritenuto collaborativo. «Pur fermi nelle considerazioni imprescindibili sulla figura materna, assolutamente idonea al suo ruolo», concludono gli avvocati, «è indiscutibile che nei riguardi del padre sia emersa una piena capacità genitoriale che gli consente l’immediato affido dei figli». La decisione della Corte d’appello dell’Aquila arriverà entro 60 giorni.  (da.c.-g.let.)