Dieci secondi netti e la voce si spezza. Catherine Birmingham piange all’aperto, nel cuore di Roma. Alle sue spalle sventola la bandiera italiana sulla facciata di Palazzo Giustiniani, la residenza ufficiale del presidente del Senato, Ignazio La Russa. La mamma del bosco di Palmoli indossa un abito bianco, lungo quasi fino alle caviglie. Al braccio porta un cestino di vimini, identico a quelli per i pic-nic, che usa come borsa. Lo stringe forte, non se ne separa mai. È una madre che si presenta davanti alle istituzioni per chiedere di riavere i suoi figli, dallo scorso 20 novembre collocati in una casa famiglia di Vasto.
Nathan, il marito, le sta accanto. Veste di scuro, porta la camicia ma non la cravatta. Sceglie il silenzio assoluto per tutti i cinque minuti della dichiarazione ai cronisti. Fa fatica a nascondere l’emozione e si limita a un solo gesto continuo: tiene una mano appoggiata, ferma, sulla spalla destra della moglie. Un passo più indietro ci sono le due professioniste che li accompagnano in questa giornata: l’avvocato Danila Solinas e la psicologa Martina Aiello.
Sono arrivati alle 12.40 dall’Abruzzo. Il viaggio è partito da Chieti, davanti allo studio del loro legale, a bordo di un’auto blu fornita direttamente dal Senato. Durante il tragitto, moglie e marito non si sono mai lasciati le mani. Prima delle lacrime in strada, c’è stato l’incontro istituzionale.
Trenta minuti esatti a porte chiuse con la seconda carica dello Stato. La coppia anglo-australiana ha raccontato la sua storia e spiegato le sue ragioni. Prima di alzarsi e salutare, i coniugi hanno lasciato a La Russa una lettera di tre pagine. Un documento per riassumere i motivi per cui ritengono ingiusto l’allontanamento dei bambini.
Fuori, davanti al portone dello storico palazzo, va in scena il secondo tempo. Catherine parla in inglese, mentre un’interprete traduce in italiano per i cronisti. Non entra nei dettagli delle accuse mosse dal tribunale per i minorenni dell’Aquila, ma le respinge in blocco. Rivendica la normalità della loro vita.
«Dopo mesi di completo silenzio», dice, «Nathan e io vogliamo esprimere la nostra sincera gratitudine a chiunque ci abbia supportato in questi giorni lunghi e profondamente difficili, pieni di dolore e tristezza per i nostri bambini».
La donna spiega perché, anni fa, hanno deciso di stabilirsi qui. «Abbiamo scelto l’Italia perché aveva gli stessi valori con cui volevamo crescere i nostri bambini. E cioè la famiglia, l’amore, lo stare insieme, il vivere e il mangiare in maniera naturale, e più di tutto un’esistenza piena d’amore e pace dove le persone si supportano».
Poi difende il loro comportamento: «Abbiamo vissuto in pace e in armonia. Abbiamo vissuto nel rispetto delle leggi dello Stato e della Costituzione italiana e non abbiamo mai fatto del male ai nostri bambini. Non li abbiamo mai privati dei loro bisogni, né abbiamo mai fatto danno ai nostri vicini, al nostro Comune e alla terra in cui viviamo».
Nessuna ribellione, nessun conflitto con chi rappresenta lo Stato. «Siamo sempre stati rispettosi delle leggi e delle regole e non abbiamo mai giudicato, litigato, né abbiamo mai instillato nei nostri bambini odio o sfiducia nei leader e nelle autorità giuridiche e istituzionali intorno a noi. Abbiamo scelto la nostra vita in maniera chiara e cosciente, forti dei nostri viaggi, della nostra educazione e delle nostre esperienze».
La separazione dai figli viene descritta come un colpo impossibile da capire o accettare. «Come una madre e un padre che adorano i loro bambini, che hanno sempre messo i loro bisogni al primo posto, che hanno sempre agito nella consapevolezza e nella conoscenza di ciò che era giusto per loro, pur consapevoli di non essere né perfetti né di possedere verità assolute, essere presi di mira e attaccati nel modo in cui lo siamo stati noi va oltre la nostra capacità di accettazione e comprensione».
L’obiettivo finale del viaggio a Roma è uno solo: ricomporre il nucleo familiare. «Ciò che Nathan e io siamo venuti a offrire qui oggi era la nostra verità e il nostro continuo impegno a essere quei genitori responsabili, rispettosi e amorevoli che siamo. E con questa verità, nel dolore più insopportabile, siamo venuti qui a tendere una mano, a chiedere di essere ascoltati e a chiedere di tornare ad essere di nuovo una famiglia. La nostra famiglia».
Catherine chiude il suo intervento con un ringraziamento «sincero e sentito che va al presidente del Senato italiano per averci ricevuto e supportato con grande umanità. Siamo davvero profondamente grati a lui e a tutta l’Italia nella sua bontà e nel suo amore. Grazie di cuore». Fine del discorso. Trenta minuti nel palazzo. Tre fogli di carta. E un’auto blu che riaccende il motore per tornare in Abruzzo.
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