C’è l’ombra dei clan mafiosi sugli assalitori di portavalori: uno dei banditi ha parlato

22 Marzo 2026

Si alza il livello di allarme dopo l’arresto dei 14 rapinatori sull’A1 da parte della polizia di Chieti. Il tribunale di Modena trasferisce la competenza alla Dda di Bologna

CHIETI. L’ombra dei clan si allunga sugli assalti ai portavalori e porta l’inchiesta su un terreno ancora più pesante: ai 14 arrestati, fermati sull’A1 dalla squadra mobile di Chieti a Vignola, in provincia di Modena, prima di un doppio colpo dal sapore milionario, è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso. Un passaggio che cambia il profilo dell’indagine, alza il livello dell’allarme e sposta il baricentro giudiziario verso la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna. Il sospetto degli investigatori è che dietro la banda armata fino ai denti, pronta a entrare in azione con Kalashnikov, esplosivi, chiodi a tre punte e auto rubate, non ci sia soltanto una batteria di specialisti delle rapine, ma un’organizzazione capace di agire con modalità tipicamente mafiose.

Dopo gli interrogatori di garanzia di ieri, il gip del tribunale di Modena, Andrea Scarpa, ha convalidato gli arresti e disposto per tutti la custodia cautelare in carcere. Il giudice si è però dichiarato incompetente proprio in ragione della contestazione del metodo mafioso, qualificando il procedimento come materia distrettuale antimafia e trasmettendo gli atti alla Dda di Bologna, che da ora avrà la competenza sul progettato assalto nel Modenese.

C’è poi un altro elemento che rende questa vicenda destinata a segnare un precedente. Per la prima volta in Italia è stata infatti contestata la nuova fattispecie prevista dall’articolo 628 bis del codice penale, introdotta dal nuovo decreto Sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: la rapina di gruppo organizzata. È l’ipotesi di reato pensata proprio per colpire assalti come questi, compiuti da gruppi strutturati contro obiettivi ad alta protezione, con pene pesantissime, dai 10 ai 25 anni. Ai 14 vengono contestate, a vario titolo, la tentata rapina di gruppo, la detenzione di armi da guerra e la ricettazione di auto rubate.

Davanti al giudice quasi tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Fatta eccezione per Carmine Di Benedetto, il sessantenne originario di Siano, in provincia di Salerno, e residente nel Modenese. Di Benedetto è l’affittuario del casolare utilizzato come base logistica della banda, il quale ha reso dichiarazioni autoaccusatorie ed eteroaccusatorie, cioè che riguardano terzi. Gli altri arrestati sono Matteo Cannone, Giuseppe Bruno, Antonio Casamassima, Emiliano Smakai, Rocco Prudente, Luigi Perdonò, Paolo Schiavulli, Carmine Delli Calici detto Ninja, Antonio Sciusco, Andrea Baratto, Antonio Perdonò, Alban Zeneli e Jurgen Xhixha.

L’inchiesta era partita a Chieti, sotto il coordinamento del procuratore Giampiero Di Florio e del sostituto Giancarlo Ciani, dopo l’assalto da oltre 400mila euro messo a segno il 5 gennaio sull’A14, all’altezza di Ortona, ai danni di un blindato dell’azienda Aquila. Proprio seguendo due uomini ritenuti coinvolti in quel raid, gli investigatori diretti da Francesco D’Antonio sono riusciti a ricostruire il gruppo e ad anticiparne le mosse fino a sventare il nuovo colpo sull’A1. Alcuni dei 14 sono già indagati anche per l’assalto di Ortona.

Negli ultimi giorni erano già emersi dettagli pesanti: i Kalashnikov sequestrati a Vignola potrebbero essere gli stessi utilizzati sull’A14 e il covo emiliano era stato attrezzato per preparare un raid fotocopia. Il gruppo, secondo gli inquirenti, si muoveva con una logistica militare. E ora la vicenda assume anche un inquietante profilo mafioso.

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