«Chieti città di accoglienza e di resistenza ai nazisti»

Parla Bucci, promotore del riconoscimento della Medaglia d’oro per meriti civili Il capoluogo nel 1943 contava 37mila residenti. Con gli sfollati arrivò a 140mila
CHIETI. Tutto è nato da una mozione approvata nel consiglio comunale del 5 dicembre 2011. “Richiesta al Presidente della Repubblica italiana di una ricompensa al merito civile da attribuire alla città di Chieti per i fatti legati a Chieti città aperta 8 settembre 1943 - 9 giugno 1944”: questo era il titolo della mozione proposta dall’allora capogruppo di Giustizia Sociale Enrico Bucci. Il consigliere, animato da uno sviscerato amore per la sua città e da capacità e testardaggine nel mettere insieme i tanti documenti richiesti dal complesso iter burocratici, aveva chiesto solo un riconoscimento alla città. E invece alla fine è arrivata la Medaglia d’oro al valor civile, il massimo che ci si poteva aspettare. La medaglia verrà consegnata ufficialmente giovedì prossimo, nel corso di una cerimonia che partirà alle 17,30 al Marrucino. Interverranno anche le rappresentanze di tutte le città dichiarate “aperte” durante la seconda guerra mondiale (Atene, Belgrado, Bruxelles, Manila, Parigi, Roma, Firenze) e sarà un momento importantissimo per l’identità cittadina.
«Chieti fu la città delle sofferenze di un popolo», ricorda Bucci, dell’ospitalità e delle fratellanza, degli atti di eroismo dei suoi figli, della ribellione all’oppressione dei Tedeschi». Secondo i dati raccolti dallo stesso Bucci, nel 1943 la popolazione teatina ammontava a 37mila unità. Nello stesso anno, accolti gli sfollati, era arrivata a 140mila persone. Per essere dichiarata “città aperta” furono “scomodate” con successo le diplomazie di quattro tra le maggiori potenze del mondo (il Vaticano, la Germania, l’Inghilterra e gli Stati Uniti). «Fu tutto merito del vescovo teatino monsignor Giuseppe Venturi», ricorda l’ex consigliere, «e dei suoi emissari a Roma Mario Castellani e Amedeo Faggiotto. Anche il podestà Alberto Gasbarri, nonostante la sua appartenenza al regime fascista, di cui era segretario del partito a Chieti, non fu mai servo esecutore dei Tedeschi, perché aveva nel cuore la sua città per la quale non solo fu incarcerato più di una volta, ma rischiò anche di essere giustiziato. Tra monsignor Venturi e il podestà ci fu una vera e propria azione combinata di resistenza. Il primo con la sua azione diplomatica, il secondo con la sua azione ritardatrice e delatoria. Resistenza che ci fu quando il 16 settembre del 1943 il tenente dei carabinieri Camillo Isaia, assieme ad alcuni cittadini, impedì ai tedeschi di impadronirsi di automezzi lasciati in piazza Vittorio Emaniele II dall’esercito italiano. Resistenza che ci fu il 5 febbraio del 1944 in piazza Trento e Trieste con la protesta delle donne chietine nei confronti del comando tedesco allorché riuscirono a far rinviare di tre giorni l’inizio dello sfollamento della città a causa delle forti nevicate. Resistenza che ci fu quando il podestà distribuì 62.153 tessere verdi, quando i residenti erano 37mila. Ditemi voi», è l’accorata conclusione di Bucci, «se tutto questo può appartenere a una città-camomilla».
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