CHIETI
È un nemico della dignità e della stessa vita dei migranti. Abunan Williamyor Deng, il sudanese di 34 anni catturato a Ortona con l’accusa di essere uno scafista, deve restare in carcere perché è pericoloso. Lo sostiene il giudice Enrico Colagreco, che – su richiesta del sostituto procuratore Giancarlo Ciani – ha convalidato l’arresto del giovane bloccato giovedì scorso dagli investigatori della squadra mobile di Chieti, intervenuti dopo lo sbarco della nave Life Support di Emergency con a bordo 68 migranti, salvati in due diverse operazioni e originari della Somalia, del Sudan, dell’Etiopia, della Costa d’Avorio, dell’Eritrea e del Sud Sudan, tutti Paesi segnati da instabilità politica, violenze, povertà e insicurezza alimentare. L’indagato, spiega il giudice, ha dimostrato «disprezzo assoluto per la vita umana, organizzando l’ingresso in Italia dei migranti ed esponendoli a pericolo per la loro incolumità».
GRAVI INDIZI CONTRO DI LUI
Williamyor Deng, che deve rispondere di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aveva tentato di mimetizzarsi tra gli altri profughi.
PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI E ACQUISTA LA TUA COPIA DIGITALE
OPPURE IN EDICOLA
Ma lo hanno inguaiato almeno due circostanze che, anche secondo il giudice, integrano «gravi indizi di colpevolezza». La prima: gli agenti del commissario capo
Francesco D’Antonio hanno trovato nel suo zaino un dispositivo gps, perfettamente funzionante, impostato in lingua araba e con la batteria scarica, chiaro segno di un recente utilizzo per individuare la rotta da seguire durante la navigazione. A incastrarlo ci sono anche le testimonianze di almeno due migranti, che lo hanno indicato come l’unico uomo alla guida del gommone partito dalle coste libiche con a bordo 38 persone.
LA DIFESA
Williamyor Deng, difeso dall’avvocato Franca Zuccarini, nel corso dell’interrogatorio ha respinto ogni accusa: «Non sono uno scafista ma un migrante», è il senso delle sue parole, «sono partito con altre persone per raggiungere l’Italia. Durante il viaggio, il conducente del gommone, che non conosco, mi ha consegnato il gps e mi ha costretto a mettermi alla guida, minacciandomi di morte nel caso in cui mi fossi rifiutato. Subito dopo, quell’uomo è salito a bordo di una barca che si è avvicinata al gommone ed è ripartito verso le coste libiche».
«VERSIONE NON CREDIBILE»
Una versione, quella fornita dall’arrestato, ritenuta scarsamente credibile dal giudice sia alla luce del sequestro del dispositivo satellitare, sia in considerazione delle dichiarazioni dei due migranti, valutate al contrario assolutamente genuine e disinteressate. Peraltro, gli stessi migranti hanno raccontato agli agenti che, fino all’arrivo della nave di Emergency, nessun’altra imbarcazione aveva affiancato il gommone. Per il giudice, dunque, è concreto e attuale il rischio che l’arrestato possa commettere reati analoghi: è emersa «una significativa personalità criminale» (dimostrata dai «fatti commessi, estremamente gravi») ed è «verosimile» che l’indagato sia inserito «in una più vasta organizzazione dedita ai trasporti di clandestini sulle coste italiane». È giudicato evidente anche il pericolo di fuga, visto che il trentaquattrenne è arrivato in Abruzzo in modo illegale e senza documenti.
ADESSO COSA RISCHIA
Secondo il giudice, inoltre, la custodia cautelare in carcere è applicabile perché l’indagato rischia una pena ben superiore ai tre anni: il reato contestato, previsto dal decreto legislativo 286 del 1998, è punito con il carcere da sei a sedici anni.
©RIPRODUZIONE RISERVATA