Francavilla al mare

Cuoco pestato per razzismo, la procura chiede l’arresto per un 21enne

3 Ottobre 2026

Il giovane rischia i domiciliari: «Anche il fratello e 3 amici restino in casa di sera». Secondo l’accusa, c’è il rischio che i cinque denunciati tornino a rendersi protagonisti di gravi episodi

FRANCAVILLA AL MARE. Lo hanno chiamato «scimpanzé». E poi «negro di m…». Hanno insultato le sue radici, la madre, l’intera famiglia. Subito dopo, è scattata la violenza fisica, cieca e rabbiosa. Calci, pugni, morsi, colpi di sedia. È la sera del 4 settembre quando a Francavilla al Mare, davanti al locale Dettagli di piazza Sirena, si consuma il pestaggio ai danni di Mayky Sanchez. Ha 26 anni, fa il cuoco, è figlio di un imprenditore teatino e di una donna originaria della Repubblica Dominicana. Ora su quella notte che ha scatenato l’indignazione di un’intera regione arriva la svolta grazie all’inchiesta coordinata dalla procura di Chieti. Il pubblico ministero Giuseppe Falasca ha chiesto misure cautelari per i cinque indagati, tutti individuati dai carabinieri di Francavilla.

Francesco Fiore, ventunenne con un passato già segnato da problemi giudiziari, rischia di finire agli arresti domiciliari. Per suo fratello Daniele di 26 anni e per gli amici Andrea Prenga di 20, Michele Pasqualone di 18 e Mario Primiano di 22, il pm ha sollecitato l’obbligo di dimora. Se la richiesta verrà accolta, dovranno dire addio alla vita notturna e restare chiusi nelle rispettive abitazioni dalle nove di sera alle sei del mattino. Sono tutti accusati di lesioni personali aggravate dall’odio razziale, dall’indebolimento permanente di un organo (la mano destra) e dall’azione del branco. Il giudice Enrico Colagreco prenderà una decisione la prossima settimana, dopo aver concluso gli interrogatori preventivi introdotti dalla recente (e contestata) riforma della giustizia. La scelta della procura di chiedere provvedimenti nasce non solo dalla ferocia mostrata dagli autori del pestaggio, ma anche dal rischio – ritenuto attuale e concreto – che possano rendersi ancora protagonisti di episodi simili.

La vittima è stata aggredita al termine del suo turno di lavoro e ha riportato lesioni che hanno reso necessario l’intervento degli operatori del 118. A incastrare i violenti sono stati i filmati dell’impianto di videosorveglianza e una serie di testimonianze che, come spiegato dagli investigatori, hanno consentito di dare un nome e un cognome a «tutti i componenti del gruppo». In questo contesto è emerso che i giovani, mentre festeggiavano un compleanno a un tavolo del locale, hanno iniziato una prima discussione con la vittima, poi culminata «in una vera e propria aggressione di massa».

«Ora sto meglio», ha raccontato Mayky, «ma la mia vita è cambiata. Ho lasciato la mia casa a Francavilla per tornare da mia madre a Chieti Scalo. Mi manca quella che era la mia quotidianità. Mi mancano il lavoro e le mie passeggiate sul lungomare». Lui, però, non si perde d’animo: «Le ferite si stanno rimarginando, a breve credo che inizierò la riabilitazione, anche per recuperare il completo uso della mano destra che è stata operata e dove adesso ci sono placche e viti. Spero che, nel giro di un mesetto, il peggio sarà alle spalle e allora potrò tornare al lavoro. Non vedo l’ora». Poi ha aggiunto: «Dalla sera dell’aggressione di fatto non sono più tornato a Francavilla. Solo una volta sono passato a casa e ho visto che sulla porta e sulla finestra c’erano segni di calci, lasciati dalle impronte delle scarpe. Non so chi sia stato, ma sicuramente è un ulteriore segnale che mi convince a rimanere lontano. Almeno per ora».

Mayky conferma di non aver ricevuto alcuna ulteriore minaccia dai suoi aggressori: «No. Devo dire che fortunatamente nessuno si è fatto sentire. In queste settimane ho letto alcuni commenti sui social di soggetti che erano presenti quella sera, ma non ho avuto alcun contatto con loro. Insieme al mio legale, l’avvocato Antonello Remigio, stiamo valutando cosa fare e come farlo per potermi tutelare al meglio. Io ho voglia di tornare a vivere e di recuperare quella normalità che avevo avuto fino alla notte del fattaccio e che adesso mi manca. Ripeto: spero, nel giro di un mesetto, di poter tornare a lavorare, già questo sarebbe un ottimo passo in avanti. Adesso sto vivendo con mia madre, che mi sta aiutando molto a superare il momento difficile. Poi la mia idea è quella di trovarmi una casa tra Chieti e Pescara, da dove ripartire. Ora mi auguro solamente che il percorso di riabilitazione parta quanto prima e possa concludersi senza intoppi». I ricordi di quella notte di violenza feroce sono nitidi.

«Non augurerei assolutamente a nessuno di trovarsi in quella situazione», ha aggiunto il cuoco, «io mi sono difeso bene, ma può essere che un’altra persona, al posto mio, non abbia la stessa forza e la stessa capacità di difendersi contro quel branco di persone, animali, che mi hanno aggredito senza alcun motivo. Praticamente hanno offeso mia madre, mia sorella, mia figlia, con frasi volgari e sessiste. Irripetibili. Non mi sono fermato ai primi insulti razzisti perché già conoscevo la maggior parte delle persone, che comunque erano già note alle autorità per quello che fanno. All’inizio ho preferito andare avanti. Ma, sentendo gli insulti alla mia famiglia e a mia figlia, sono tornato indietro e ho chiesto spiegazioni. Alcuni di loro li vedevo sempre al locale».

«Se si potesse», ha chiuso Mayky, «mi piacerebbe che le immagini registrate dalle telecamere venissero rese pubbliche. Vorrei che l’opinione pubblica si rendesse conto di quello che mi hanno fatto, della cattiveria con cui mi hanno picchiato. Mi hanno preso a calci in testa, gratuitamente, per farmi male. Nessuno di loro ha provato a intervenire. Ricordo solo una voce da lontano che diceva: “Ragazzi, fermatevi, è lo chef. Fermatevi!”. Ma la persona che parlava non si è comunque avvicinata per provare a placare gli aggressori».

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