Cure costose ai pazienti: «Si indaghi su Ginefra»

CHIETI. «Il pm dovrà accuratamente vagliare la rilevanza penale dei trattamenti sanitari effettuati da Vincenzo Ginefra». Lo scrive il giudice Andrea Di Berardino, ordinando la trasmissione degli...
CHIETI. «Il pm dovrà accuratamente vagliare la rilevanza penale dei trattamenti sanitari effettuati da Vincenzo Ginefra». Lo scrive il giudice Andrea Di Berardino, ordinando la trasmissione degli atti alla procura per prendere eventuali decisioni sulla posizione del dottor Ginefra, direttore sanitario delle case di riposo di piazza Garibaldi nonché medico odontoiatra. Ginefra, ex consigliere comunale, è stato ascoltato come testimone durante il processo a carico di Cavalli e Mantini. Ed è emerso che proprio Ginefra, nella duplice veste, «prescriveva alle degenti dell’istituto, al medesimo affidate, onerosissime prestazioni sanitarie in suo favore, e cioè prestazioni che lo stesso eseguiva». Tutto ciò, ha detto l’interessato, «non era vietato dal suo rapporto libero professionale con l’istituto». Ma, per il giudice, quanto emerso risulta «stridente con elementari regole deontologiche». A richiamare l’attenzione è stata la vicenda di una delle ospiti rimasta vittima delle azioni di Cavalli e Mantini. L’anziana, R.T., è stata anche sottoposta a cure dentarie nello studio privato di Ginefra per 11mila euro. «Il medico», scrive il giudice, «ha detto che la donna era in grado di comprendere cose semplici come il colore dei denti. Ma il modulo prestampato di consenso informato - fatto firmare alla paziente dopo che Ginefra aveva richiesto a un altro medico, Marcello La Rovere, un certificato di capacità di intendere e di volere della donna - è alquanto dettagliato e presuppone un’adeguata capacità intellettiva». Da qui la necessità di «vagliare - anche alla luce delle attuali non buone condizioni dell’apparato dentario di R.T. riferite da una teste (che ha parlato di “denti neri”) - la rilevanza penale dei trattamenti sanitari effettuati da Ginefra su pazienti che versano nelle stesse condizioni di R.T. e cioè non in grado di prestare un valido consenso informato».
Il pm dovrà valutare anche «l’eventuale falsità ideologica del certificato medico redatto da La Rovere, avendo questi accertato la “facoltà di intendere e di volere” di R.T. in maniera non pertinente con il contesto e attenendosi alla documentazione sanitaria detenuta dall’istituto, documentazione con cui, tuttavia, il certificato è risultato in contrasto». Ma la vicenda, al di là delle posizioni di Ginefra e La Rovere, è ancora aperta: le imputate, difese dagli avvocati Placido Pelliccia e Fiorenzo Cieri, faranno appello. Gli avvocati Elisabetta Casari, Omar Sanelli, Monica D’Amico e Andrea Rosati assistono le parti civili. (g.let.)

