Dai vertici di Honeywell un altro no al Governo
La casa madre disposta a incontrare i rappresentanti del Mise solo a settembre Imm Hydraulics è l’unica azienda a presentare il piano per la reindustrializzazione
ATESSA. Saranno disponibili a parlare con i rappresentanti del Governo italiano solo a settembre i vertici mondiali della Honeywell. È questa la risposta ufficiale fornita dalla casa madre della multinazionale americana dei turbocompressori ai rappresentanti del Mise che, nelle scorse settimane, avevano richiesto un intervento diretto della dirigenza al tavolo ministeriale, esautorando di fatto gli intermediari locali che, nei vari incontri a Roma, hanno evitato qualsiasi apertura sulla sospensione dei licenziamenti, la scelta di farsi restituire le due mensilità anticipate ai dipendenti (Mise e sindacati avevano chiesto di soprassedere) e il sostegno economico dei 400 lavoratori in vista del processo di reindustrializzazione. Ancora un no, quindi, dalla Honeywell, con l’unica concessione di un incontro a settembre quando, tuttavia, i giochi sono già chiusi. Intanto, sui 263 licenziati, sono 156 finora i dipendenti che hanno firmato il verbale di conciliazione con l’azienda accettando di fatto la fuoriuscita dal processo produttivo dietro incentivo economico. Il resto dovrà firmare nei prossimi giorni. E delle cinque aziende interessate ad avviare altre produzioni nell’ex stabilimento Honeywell solo una, la Imm Hydraulics spa, ha presentato ufficialmente il piano industriale. La speranza di tornare a vedere le linee accese in quello che resta della fabbrica leader mondiale dei turbo per auto di media e grossa cilindrata è, dunque, appesa a un filo. E più i giorni passano più cresce la preoccupazione di lavoratori e sindacati. Il processo di reindustrializzazione del sito è fondamentale affinché non vengano spazzati via per sempre centinaia di posti di lavoro, circa 400 operai diretti e altre centinaia legate all’indotto. Entro settembre si sarebbe già dovuta avviare, sia a livello burocratico che industriale, una nuova linea produttiva non legata direttamente alle attività della Honeywell (così come espresso chiaramente nel verbale di accordo dall’azienda) ma che avrebbe consentito ad almeno il 30% della forza operaia di tornare a lavoro. Fondamentale in questa fase delicata è anche che la Honeywell dismetta immediatamente lo stabilimento per consentire la conversione nel più breve tempo possibile. Ora tutto appare molto più incerto. I sindacati fanno appello al nuovo Governo e in particolare al ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio che, in questi giorni, si è espresso in maniera decisa contro le multinazionali che delocalizzano in paesi in via di sviluppo. L’obiettivo, adesso, è non perdere quelle minime garanzie di reindustrializzazione ottenute.
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