Fa vivere la suocera in catene: la nuora torna subito in libertà

14 Ottobre 2022

Secondo il gip, ci sono gravi indizi di colpevolezza ma manca il pericolo che siano commessi altri reati: «L’85enne è in ospedale e, se tornasse a casa, avrebbe bisogno dell’assistenza dei familiari indagati»

CHIETI. È tornata libera la casalinga di Ortona accusata dalla procura di aver fatto vivere in catene la suocera 85enne, immobilizzandola al letto e su una poltrona, segregandola così in un appartamento «in precarie condizioni d’igiene e lasciandola del tutto isolata e priva di relazioni». Ieri mattina il giudice del tribunale di Chieti Luca De Ninis ha convalidato l’arresto per sequestro di persona e maltrattamenti in famiglia eseguito dai carabinieri e, pur ritenendo che ci siano «gravi indizi di colpevolezza», ha respinto la richiesta di arresti domiciliari nei confronti della 53enne presentata dal pm Giuseppe Falasca.
Secondo il giudice, mancano le «esigenze cautelari costituite dal pericolo di reiterazione di reati analoghi. Tale pericolo sarebbe certamente esistito in caso di rientro dell’anziana in ambiente domestico (al momento è ancora in ospedale, ndr); mentre deve ritenersi del tutto assente in caso di sua istituzionalizzazione o collocamento presso altri familiari disponibili a occuparsene. Anche nel primo caso, però, ella verserebbe nella condizione di assoluto bisogno di assistenza che quindi, per elementari ragioni logistiche, dovrebbe essere offerta dai medesimi familiari abitanti al piano sottostante, a partire dal figlio coindagato. Non è allora condivisibile il giudizio per il quale il collocamento agli arresti domiciliari della moglie costituirebbe salvaguardia efficace dell’anziana, che rischierebbe anzi di trovarsi in condizioni di ulteriore abbandono e pericolo».
Il giudice ritiene che l’unica soluzione «appare, allo stato, l’intervento di istituti, servizi sociali o di altri parenti o soggetti in grado di prestare l’assistenza di cui l’anziana necessita e per la quale ha anche sufficienti risorse economiche. Sul punto il pubblico ministero dovrà valutare le altre iniziative (nomina di un amministratore di sostegno o altro) ritenute necessarie a tutela della medesima persona offesa». L’arresto scattato lunedì sera «è giustificato dalla gravità del fatto», prosegue il giudice, «con riguardo alla particolare condizione di vulnerabilità della vittima e all’esistenza di tracce dalle quali appariva evidente che la condizione di contenimento fisico dell’anziana non era isolata, ma legata a un contesto assistenziale evidentemente carente». Non solo: «Può sin d’ora ritenersi certo che le modalità di “gestione” messe in atto dalla nuora integrano i vari indizi di colpevolezza, vale a dire la prognosi di condanna allo stato degli atti, per entrambi i delitti contestati al pm». Lo stato di necessità non può essere neppure ipotizzato, perché «il contenimento fisico dell’anziana è stato eseguito non con fasce di contenzione – presidio idoneo a evitare, per breve periodo, il pericolo attuale e imminente di gesti autolesivi non altrimenti prevedibili – bensì per impedire all’anziana di allontanarsi dal letto o dalla poltrona dove era stata collocata a riposare, quindi come alternativa alla sorveglianza visiva, in “prevenzione” di eventuali condotte incongrue». Quanto alla contestazione di maltrattamenti, le osservazioni dei carabinieri «indirizzano nel senso di un’assistenza non congrua da parte dei familiari, quanto meno se rapportata alle significative provviste economiche a disposizione dell’anziana (2.600 euro mensili), in grado di garantire un migliore aiuto anche con personale esterno, come badanti e colf». Il giudice individua così il “movente”: «Del tutto insufficienti sono invece le altre risorse economiche del nucleo familiare dell’arrestata, a suo dire limitate a emolumenti per pensione anticipata del marito di appena 700 euro mensili. Ecco dunque che l’assistenza prestata all’anziana, con strumenti di contenzione tanto anomali, sembra in effetti ben ancorata a motivazioni e interessi economici e scarsamente, invece, all’affetto figliale e parentale». La nuora, difesa dall’avvocato Rocco Giancristofaro, si è difesa sostenendo che quei metodi venivano utilizzati per evitare che l’anziana facesse del male a se stessa e agli altri.