Palmoli

Famiglia del bosco, fiaccole di solidarietà a Palmoli: «Siamo qui per avere giustizia»

1 Febbraio 2026

Famiglie abruzzesi e da più parti d’Italia sfilano a sostegno della battaglia di Nathan e Catherine

PALMOLI. Il freddo punge e la nebbia abbraccia le case di Palmoli. Eppure, davanti al Castello marchesale, la solidarietà non si ferma, resiste e si accende nelle fiaccole di coloro che scelgono di partecipare alla manifestazione in sostegno della famiglia del bosco. Un dolore condiviso, che non accetta di essere ignorato. Sono le 17 spaccate quando, nel cuore del paese, inizia la fiaccolata dedicata a Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la coppia a cui i tribunali per i minorenni dell’Aquila ha sospeso, il 20 novembre scorso, la responsabilità genitoriale. La manifestazione conta circa 50 manifestanti di fronte alla villa comunale: sostenitori, semplici cittadini, amici di Catherine e Nathan, ma anche uomini e donne che raccontano di essere passati per esperienze di allontanamento e separazione.

INIZIA LA PREGHIERA

Davanti al castello, gli organizzatori chiamano a raccolta tutti per un momento di raccoglimento, le candele si accendono una dopo l’altra mentre compaiono cartelli e simboli dedicati alla famiglia del bosco. «Ci sono momenti nella storia di un paese in cui non servono nuove leggi. Serve fermarsi, guardare e avere il coraggio di chiedersi se ciò che si sta facendo è davvero giusto», recita il cartello esposto dall’associazione “Figli del Mediterraneo”. Poco più distante sventola una bandiera dell’Australia, il paese natale di Catherine, un omaggio silenzioso per una madre che pensava di aver scelto il meglio per i propri figli: uno stile di vita lontano dal consumismo e dai social, sottoposto invece al costante giudizio di assistenti sociali e magistrati. «Questa storia ci provoca tanto dolore, anche perché noi conosciamo questa famiglia», dichiarano i residenti di Palmoli, Angela Nasuti e Benito Monaldi, «possiamo confermare il fatto che sono delle brave persone: in questi anni si sono comportati bene con tutti in paese. E ci dispiace molto perché le leggi italiane sono queste. Non è vero, inoltre, che vivevano isolati: venivano spesso qui a fare la spesa e portavano i bambini a giocare nel parco affianco al castello». E la Nasuti aggiunge: «Anche io sono mamma e so cosa significa avere dei figli. Portarli via così, come se avessero fatto qualcosa di grave, è stato esagerato. I genitori per i figli fanno tanto e loro due hanno dato tanto amore». Poi il momento più intenso, una preghiera condivisa sulle note di “Halleluja”. «Al di là del vostro credo avviciniamoci un attimo e lasciamo scorrere l’energia – e la forza – che ci unisce tutti: l’amore», dicono Paolo Zanfi e Debora Petrucci, promotori della manifestazione.

IL CORTEO E LE TESTIMONIANZE

Tra i presenti c’è anche chi arriva da lontano per dare voce al dolore di Catherine e Nathan. Annia Noa, arrivata da Piacenza e originaria di Cuba, parla con voce ferma: «Sono qui per dire che i bambini hanno bisogno dei genitori, perché la loro felicità è la felicità di tutti. Questo caso fa emergere tante altre storie e io, in prima persona, ne sono coinvolta». Racconta così di una vicenda personale iniziata sette anni prima – dopo una richiesta di aiuto trasformata «in allontanamento» – e conclude con una speranza: «Spero che questa vicenda in Abruzzo finisca per il bene dei figli, affinché una società civile, come si pensa sia l’Italia, possa ridare speranza anche alla mia storia».

Da Roma arrivano invece Tina Amodio e il marito: «Siamo qui per portare solidarietà alla famiglia del bosco e a mio nipote, che vive la stessa sorte: strappato alla mamma senza alcun motivo». Le sue parole diventano un atto d’accusa verso un sistema che, a suo dire, produce separazioni seriali: «Sessantamila bambini sequestrati da questo Stato per colpa delle bugie di chi non fa bene il proprio lavoro e pensa al guadagno». E poi c’è Natalia Colangelo, da Settimo Torinese, che racconta un altro inferno: «Anch’io sono qui per dare solidarietà a questi genitori, perché sto vivendo lo stesso inferno. Vengo da Torino e il mio calvario è iniziato sei anni fa. Non posso vedere mio figlio, ho presentato ricorsi, ma senza risultato: la giustizia italiana, come nel caso di Palmoli, ha tempi biblici. Pensi che ironia: ai genitori della famiglia del Bosco hanno tolto i figli perché non li volevano mandare a scuola, a me è accaduto l’opposto», continua, «a scuola sono iniziati sfottò, sberleffi e episodi di bullismo da parte dei compagni a Settimo Torinese. Io volevo istruzione e comunicazione per mio figlio, per aiutarlo a uscire dalle difficoltà, invece è stato bullizzato e gli è stato detto che proveniva da una famiglia disastrata e, guarda caso, me lo hanno tolto. Percorsi diversi, ma lo stesso risultato di Nathan e Catherine».

Le storie cambiano, ma il punto di arrivo sembra sempre lo stesso. Paolo Zanfi, arrivato da Modena, racconta: «Sono qui da 10 giorni per sostenere la famiglia nel bosco. Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Catherine e Nathan due anni fa tramite degli amici di Reggio Emilia. Da subito ho condiviso la loro scelta di vita perché non vogliono vivere isolati, ma in sobrietà. E non ci vedo nulla di scandaloso, anzi, visto che il mondo ci chiede di essere più rispettosi nei confronti della terra e dell’ambiente. Il loro stile di vita è perfettamente coerente. Vi assicuro che faccio fatica a non piangere quando vedo Nathan stare male ogni giorno, perché c’è tanto dolore dietro quello che stanno vivendo. Chiediamo verità, perché è una situazione di grande dolore che sta coinvolgendo più persone».

E poi la denuncia del pescarese Aladino Orani:«Noi siamo qui perché c’è un problema reale in Italia: stiamo scoprendo in base alle testimonianze e ai documenti che soltano un caso su 10 – fra quelli considerati dagli assistenti sociali – è legittimo. Ci inviando tanti casi, come se ci fosse la scusa di togliere un minore dalla famiglia e questo è abbastanza grave, perché sono delle famiglie normali. Un mercato dove stanno emergendo verità scomode che evidentemente i grandi poteri non vogliono far emergere perché ci sono situazioni molto serie e pericolose. Dal punto di vista emotivo sono tanti fattori umani che mi legano a questa vicenda».

Il corteo prosegue poi lungo via San Nicola e via Galilei, risalendo fino a via Papa Giovanni XXIII e tornando, infine, davanti al castello. Lungo il percorso, Debora Petrucci, che arrivata da Rieti, racconta: «Sono venuta qui più volte proprio per loro. Ho conosciuto la famiglia prima che portassero via i figli». Tra i presenti c’è anche Andrea, 64 anni, dalle Marche, che sceglie di non dire il cognome in vista di una prossima udienza. Racconta però al Centro la storia della nipote strappata alla figlia e di una responsabilità genitoriale ancora sospesa: «La cosa che mi fa impazzire è che a noi nonni non hanno dato l’affido: sarebbe costato zero». Le sue parole si chiudono con un avvertimento: «Catherine deve stare attenta a come si comporta, perché sta rischiando molto di essere allontanata. Ma per esperienza vi dico: i bambini non torneranno a casa prima di settembre».

GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI

Il futuro della famiglia Trevallion resta ora legato all’esito della perizia psichiatrica disposta dal tribunale per i minorenni dell’Aquila. La prima seduta con la psichiatra Simona Ceccoli si è svolta venerdì scorso all’Aquila; la professionista ha fino a 120 giorni per completare le valutazioni. Nel frattempo, la vicenda resta sospesa: i bambini vivono nella casa famiglia insieme alla madre, che può stare con loro solo durante i pasti, mentre per il padre Nathan sono consentiti soltanto due colloqui a settimana, scanditi da regole rigide e da un’attesa che pesa.

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