Famiglia del bosco, la curatrice: «No all’affido dei bimbi a papà Nathan»

La vicenda di Palmoli. La relazione di Marika Bolognese: “L’allontanamento della madre è stato indispensabile per garantire un ambiente privo di conflittualità. Non ci sono ancora le condizioni per il ritorno a casa dei minori”
VASTO. La richiesta di immediato ricongiungimento familiare o, in subordine, di affido esclusivo al padre appare, allo stato degli atti, del tutto destituita di fondamento clinico e giuridico». Marika Bolognese, la curatrice speciale dei bambini del bosco di Palmoli, chiude bruscamente le porte – almeno per ora – a un imminente ritorno a casa dei tre fratellini, dallo scorso 20 novembre collocati in una struttura protetta di Vasto.
Nelle ultime relazioni, le principali figure istituzionali coinvolte – a partire dall’assistente sociale e dalla casa famiglia – se da un lato hanno sottolineato molto negativamente l’atteggiamento di mamma Catherine Birmingham, dall’altro hanno rimarcato l’atteggiamento «affettuoso e scherzoso» di papà Nathan Trevallion, che mostra un approccio «collaborativo e rassicurante». Ma, secondo la tutrice, questo non è sufficiente. E lo scrive a chiare lettere nel documento da lei presentato alla Corte d’appello per chiedere di respingere il reclamo dei genitori: «L’istanza collide con l’attuale regime di sospensione della responsabilità genitoriale» della coppia anglo-australiana, che attualmente ha un’«incapacità giuridica temporanea a esercitare le funzioni di cura e protezione». La conseguenza, per la Bolognese, è che «l’affido a uno dei due genitori è un paradosso normativo» alla luce del provvedimento emesso dal tribunale per i minorenni dell’Aquila.
La curatrice ricorda che è in corso la consulenza tecnica d’ufficio per accertare «le competenze genitoriali e la recuperabilità dei legami», dunque «ogni mutamento dello status quo risulterebbe prematuro e potenzialmente pregiudizievole». E ancora: «Un intervento decontestualizzato dalle risultanze peritali violerebbe i principi di precauzione e gradualità che governano il diritto minorile, i quali impongono che ogni tappa verso il ricongiungimento sia preceduta da una vigorosa validazione scientifica della sicurezza del contesto d’approdo».
Per la Bolognese, «l’obiettivo primario delle istituzioni è garantire che ogni statuizione sia assunta nel rigoroso rispetto del principio del best interest of the child», ovvero il superiore interesse del minore, «cardine della Convenzione Onu di New York del 1989 e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».
La curatrice critica gli avvocati dei genitori: «La difesa ricorre a un registro argomentativo improprio, utilizzando espressioni quali “impudicizia e spregiudicatezza” o riferimenti sarcastici ai “presunti miracoli della casa famiglia”. Tali epiteti si risolvono in mere valutazioni soggettive, del tutto prive di pregio giuridico e prive di attinenza rispetto al merito della tutela dei minori». A dire della Bolognese, la “cacciata” di mamma Catherine, avvenuta lo scorso 6 marzo su decisione del tribunale, è stata «indispensabile per garantire ai minori un ambiente neutro e privo di conflittualità». I genitori, si legge poi sul documento, hanno compiuto «significativi passi in avanti» accettando la casa con tutti i comfort messa a disposizione dal Comune di Palmoli e presentando il piano didattico per l’istruzione parentale dei bambini. Ma la curatrice spegne sul nascere ogni prospettiva positiva: «Tali condotte, pur denotando una parziale e tardiva collaborazione istituzionale, non appaiono idonee a travolgere, né a neutralizzare, il complesso quadro fattuale e clinico che ha imposto l’adozione delle vigenti misure restrittive». A questo punto la Bolognese ridimensiona, e di parecchio, «i passi in avanti» di cui sopra, sostenendo che le competenze genitoriali «non possono ritenersi riacquisite per il solo fatto di aver accettato un alloggio o presentato un piano di studi». Resterebbero dunque «elementi di pregiudizio gravi, attuali e documentati». Il ricongiungimento familiare rimane «l’orizzonte» del procedimento, ma «tale obiettivo può essere perseguito esclusivamente laddove sia garantito che il rientro avvenga in condizioni di assoluta sicurezza, stabilità e pieno rispetto dei diritti riconosciuti» ai piccoli Trevallion. «Ogni decisione, anche la più gravosa», conclude la Bolognese, «deve essere assunta proiettando lo sguardo non sulle rivendicazioni del passato degli adulti, ma sulla tutela del futuro dei minori».
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