Famiglia nel bosco, i legali adesso puntano sulle lettere degli amici: «Casa piena d’amore»

Allegato al ricorso l’archivio dei messaggi di chi ha vissuto con loro. Da Sidney a Reggio Emilia, le testimonianze arrivano da tutto il mondo
PALMOLI. C’è un archivio, di carta e di sentimenti, che racconta una storia uguale e contraria a quella scritta nel decreto del tribunale per i minorenni dell’Aquila. Una raccolta di lettere allegata al ricorso presentato dai nuovi legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham che smonta le accuse di «grave pregiudizio», di privazioni e pericoli che hanno spinto i giudici ad allontanare i tre bimbi da quella casetta nel bosco che, fino ad allora, per quella famiglia era stata un’oasi di pace e serenità. Non di isolamento. È questo che dicono le testimonianze di amici, parenti ma anche professionisti, educatori e psicologi che hanno vissuto con loro, dormito in quel casolare e condiviso il pane, il silenzio della notte davanti a un fuoco acceso.
Quella vita semplice ed essenziale, certo, senza i comfort della modernità ma non per questo priva d’amore, di cui – lo si legge in tutte le lettere – quella casa invece sarebbe sempre stata «piena». Lo stesso «rudere fatiscente» descritto dalle perizie e individuato dall’autorità giudiziaria come uno dei punti più critici della loro situazione domestica, in questi spaccati di vita scritti su carta diventa una casa «accogliente», a cui «non manca nulla». Tra le testimonianze più toccanti c’è quella di una coppia australiana, Daniel e Jessica Jackson. Per seguire il loro ricordo bisogna tornare indietro fino al 2021, quando – all’epoca residenti a Tufillo – incontrarono per la prima volta la famiglia Trevallion-Birmingham. Non videro degrado, né abbandono. Videro un modello. «Siamo stati automaticamente attratti dal modo in cui vivevano e da come stavano crescendo i loro figli», scrivono.
Il loro racconto è fatto di immagini semplici, luminose, che stridono violentemente con il buio descritto negli atti giudiziari. Raccontano di pranzi, bagni nel fiume, pomeriggi passati a lavorare la terra. Non una prigione isolata dal mondo, ma una scuola di vita. I bambini non apparivano come piccoli selvaggi impauriti, ma come «esseri umani brillanti e gentili», frutto di una «presenza premurosa» e «intenzionale» dei genitori. L’impatto di quell’incontro fu tale da cambiare la loro stessa vita: «Ci ha ispirato a mostrare il livello di amore e dedizione a nostro figlio. Parlando dal mio cuore, se tutti avessero genitori come Catherine e Nathan, il nostro mondo sarebbe un posto più bello e più gentile».
C’è poi il racconto di Julie Dingley, un’amica di vecchia data che vive nel Surrey, nel Regno Unito. È andata a trovare la coppia a «Casa Amelia» – così chiamano la proprietà – per due settimane nell’ottobre del 2023. Anche qui la sua verità e quella giudiziaria confliggono rumorosamente. Julie parla di «cibo nutriente e delizioso, preparato al momento ogni giorno», niente cibo spazzatura, niente additivi. Ma i dettagli più rilevanti, però, sono quelli che riguardano la cura nei confronti dei bambini. «L’ora del bagno, della storia e del letto», scrive Julie, «i piccoli vengono lavati e indossano un pigiama pulito. Quando vanno a dormire, sono sicuri di sapere che sono a casa, a cui appartengono, che la loro famiglia è unita. Hanno una buona igiene dentale, vestiti puliti, letti puliti e una casa pulita. Lo so, l’ho visto ogni giorno».
Non sono solo impressioni di amici affascinati da uno stile di vita bohémien. A raccontare questa versione della verità sono anche professionisti dell’educazione, che hanno osservato la famiglia con occhio tecnico. Nicoletta Manzini e Pietro Rituani, educatori di Reggio Emilia, sono stati ospiti a Palmoli con il loro bambino di soli due mesi. «Abbiamo potuto vedere con i nostri occhi tutta la cura che i bambini ricevono, sia sul piano materiale (igienico e nutritivo), sia sul piano affettivo», scrivono nella loro lettera del 4 ottobre 2024. La loro testimonianza tocca un punto nevralgico: la sicurezza. «Ci siamo sentiti pienamente a nostro agio e in piena sicurezza, con il nostro bambino di soli 2 mesi, in quell’ambiente senz’altro semplice ed essenziale, ma pieno di cura».
Se quella casa fosse stata il luogo insalubre e pericoloso descritto negli atti giudiziari, si chiedono implicitamente, avrebbero mai portato lì un neonato? Anche sul fronte dell’istruzione, tra i “capi d’accusa” che hanno portato all’allontanamento, le lettere offrono una prospettiva diversa. Si parla di «elevato livello di conoscenze», di uno studio «scrupoloso e approfondito» da parte dei genitori. Nicoletta e Pietro citano autori internazionali, pedagogisti, studi che Catherine e Nathan avrebbero assimilato per costruire il loro metodo. E ricordano un fatto oggettivo, documentato: «Il superamento del primo esame sostenuto dalla loro primogenita», l’idoneità alla terza elementare ottenuta presso la scuola paritaria. Rachael Birmingham, psicologa e terapeuta infantile di Melbourne, che ha soggiornato con la famiglia per tre settimane nel maggio 2024, va oltre.
Nella sua analisi professionale, non ha riscontrato «alcun segno di abbandono». Al contrario, parla di bisogni soddisfatti a un «livello eccezionale rispetto alla maggior parte delle culture occidentali». E lancia un avvertimento che oggi suona come una profezia dolorosa: «Credo che potrebbe essere dannoso per il benessere emotivo costringerla a frequentare la scuola. Questo causerà la separazione dai suoi fratelli e genitori esasperando la sua ansia». Le lettere descrivono una comunità che si stringe attorno a un ideale. Davide De Angelis e Miriam Troiano, di San Buono, raccontano di aver vissuto tre giorni con la famiglia, imparando a costruire strumenti musicali con materiali riciclati e osservando la dieta «rigorosamente vegana».
Fabrizio Mariani, un altro amico locale, si dice «sorpreso» dalle accuse e sottolinea come il modello educativo dei Trevallion, concentrato sullo sviluppo emotivo, dovrebbe essere «applicato anche nelle scuole pubbliche» per creare un futuro più pacifico. C’è chi parla di «esseri di luce», come Mara Pelanconi, che descrive i tre bambini come creature «sensibili e coscienti», dotate di una «grande lucidità psichica» rara per la loro età. E c’è chi, come Roberto Zambrenti e Gabriela Steiman di Genova, membri di un’associazione per l’istruzione parentale, definisce l’esperienza a Palmoli «splendida e arricchente», un esempio di vita vissuta con l’essenziale ma in «piena armonia».
Sono decine di pagine, scritte a mano o al computer, spedite dall’altra parte del mondo o dal paese vicino. Disegnano il ritratto di una famiglia che non fuggiva dalla realtà, ma cercava di costruirne una migliore. Raccontano di bambini che sapevano interagire, che imparavano le lingue, che conoscevano le piante e rispettavano gli animali. Queste lettere agli atti sono mute testimoni di una difesa che non è bastata. Fino a oggi, almeno. La speranza è che, sulla scia del ricorso e del cambio di strategia imposto dai nuovi legali, il tribunale possa rivalutare il peso di queste testimonianze così dissonanti dal resoconto offerto dai servizi sociali, l’ago della bilancia da cui è dipeso il provvedimento dell’autorità giudiziaria.
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