Famiglia nel bosco, il consulente Cantelmi: «L’obbligo deontologico di neutralità non basta»

L’analisi dello psichiatra: «Mancano dati centrali. Se tutti gli elementi si leggono nello stesso modo, si rischia la conferma circolare»
VASTO. «Il problema non è se l’osservazione genitori-figli sia obbligatoria in astratto, ma se, in questo caso concreto, fosse centrale rispetto ai quesiti e se la sua assenza rendesse deboli le conclusioni formulate». Parte da qui il ragionamento del consulente della famiglia Trevallion, Tonino Cantelmi, per rispondere alla perizia finale redatta dalla Ctu Simona Ceccoli. Il punto, secondo lo psichiatra, è che il documento sposta il piano della discussione dal nodo fondamentale delle sue controdeduzioni: la mancanza di qualsiasi forma di osservazione diretta del rapporto genitori-minori. Secondo la Ceccoli, non esiste una norma che imponga l’obbligo diretto di utilizzare questa specifica tecnica, e comunque l’analisi si basa sull’integrazione di più fonti e la convergenza di più dati.
Per Cantelmi non basta: «Noi sosteniamo che in questo caso l’osservazione genitori-figli sia il segmento necessario per valutare concretamente sintonizzazione, responsività, contenimento, funzione protettiva e qualità del legame. La Ctu non supera questo punto: lo aggira», dice lo psichiatra, «perché il metodo multimodale non autorizza a sostituire il dato più pertinente con fonti indirette». La Ceccoli poi spiega che l’osservazione diretta, oltre a non essere obbligatoria, non è stata possibile per una serie di cause, tra cui l’espulsione di mamma Catherine dalla struttura, lo scorso 6 marzo. «Può giustificare la difficoltà operativa, ma non giustifica la forza delle conclusioni poi tratte sulla genitorialità», continua Cantelmi, «se manca un dato centrale, il problema non è solo spiegare perché manca; è delimitare con precisione quanto tale mancanza riduca l’attendibilità delle conclusioni».
Il consulente dei Trevallion individua un’altra criticità: «La ctu ammette che l’incontro del 17 aprile con i minori aveva finalità “esclusivamente conoscitive e di contatto” e che gli elementi emersi “non possono essere considerati, di per sé, sufficienti per formulare valutazioni. È la conferma che non c’è stata una vera valutazione clinica diretta dei minori: il problema non era solo incontrare i bambini, ma rendere valutabile ciò che emergeva, soprattutto se i minori manifestavano sofferenza e desiderio di tornare a casa». Quanto al concetto della «convergenza» di più dati, la posizione di Cantelmi è netta: «Non ogni accumulo di elementi è convergenza scientifica. Se vengono tutti letti dentro la stessa cornice interpretativa, il rischio non è la convergenza, ma la conferma circolare». Un altro punto debole della perizia finale è la difesa dell’ausiliaria, Valentina Garrapetta.
Secondo Cantelmi, la Ceccoli risponde in maniera formale, ricordando che la scelta di Ctu e ausiliaria compete al giudice e che le competenze di entrambe sono comprovate, ma non basta a risolvere il problema di fondo: «Noi non abbiamo criticato solo la nomina, ma la documentazione della competenza specifica rispetto all’attività concretamente svolta, la delega sostanziale dell’attività testologica e il possibile pregiudizio dell’ausiliaria», attacca Cantelmi. E aggiunge: «La ctu sottolinea che ogni professionista, assumendo l’incarico, è deontologicamente obbligato alla neutralità e che le precedenti esternazioni sarebbero state chiarite e decontestualizzate. Ma non basta: la questione non è solo cosa ha dichiarato la professionista, ma se la sua posizione pregressa potesse compromettere l’apparenza e la sostanza della neutralità del setting, soprattutto quando le è stata affidata una parte centrale dell’accertamento».
Quanto agli effetti delle scelte di vita della famiglia sui minori, per Cantelmi è stato mancato un punto cruciale: «Non abbiamo criticato che condizioni abitative, istruzione parentale, socializzazione o alimentazione possano essere rilevanti; abbiamo criticato che dati diversi per natura siano stati ricondotti in un unico giudizio negativo, includendo scelte non convenzionali che di per sé non dimostrano pregiudizio. La Ctu dovrebbe dimostrare per ciascun elemento, il passaggio da scelta di vita a effetto concreto sul minore». Secondo Cantelmi, l’aspetto più problematico, però, rimane quello del trauma da separazione. «La ctu sostiene che l’immaturità neuropsicologica non possa derivare da pochi giorni, settimane o mesi di istituzionalizzazione, e che i bambini sarebbero arrivati in struttura già con carenze di maturità neuropsicologica», ma manca un aspetto fondamentale: «La ctu avrebbe dovuto distinguere tra difficoltà pregresse, effetti del collocamento, trauma da separazione, stress procedimentale e fattori ambientali sopravvenuti. Questo resta non risolto».
@RIPRODUZIONE RISERVATA

