Frate Orazio: «Il Santo di Assisi ci insegna a riscoprire il significato della vita»

1 Novembre 2026

Il francescano della Madonna dei Sette Dolori ha scritto quattro libri sul santo.

Importanti le sue ultime frasi prima di morire: «Saper ricominciare daccapo»

PESCARA

La parola, la fede, il pensiero e la storia di San Francesco sono al centro della sua vita e dei suoi studi. Frate Orazio Renzetti, dalla parrocchia della Madonna dei Sette Dolori, a Pescara, ha appena terminato la pubblicazione di quattro testi dedicati al santo di Assisi, legati agli ottocentenari francescani.

«Ho conosciuto Francesco d’Assisi nel 1983 quando mi sono legato spiritualmente alla sua figura grazie agli scout. Ero diventato responsabile dei Lupetti, e il patrono è proprio San Francesco. Ho conosciuto lì questa figura, ma non sapevo di tutto il suo mondo. Col tempo era rimasta una conoscenza molto superficiale. Ma il 23 dicembre del 1988, dopo un brutto incidente stradale alla guida di un camion, un frate che avevo ascoltato in una testimonianza mi mandò a fare un’esperienza nel convento dei Cappuccini di Spello. Lì ho conosciuto le differenze tra i tre ordini francescani presenti nel mondo: i frati minori conventuali, i frati minori osservanti e i frati minori cappuccini. In quella settimana ho scoperto anche un po’ la mia vocazione: ho capito che il Signore mi chiamava ad una vita diversa. Nel settembre del 1989, dopo aver lasciato le mie cose e il lavoro, ho trovato la mia “perla preziosa”, come dice il Vangelo».

In convento inizia lo studio del santo, ma solo nel 2023 inizia a scriverne.

«Era il primo degli ottocentenari, quello del presepe di Greccio. Ho iniziato a leggere e approfondire le fonti per capire cosa spingesse Francesco a scegliere determinate situazioni. Si è mosso sempre con la parola di Dio nel cuore, non possiamo staccarlo dalla bibbia, collocandolo come ambientalista o animalista, sarebbe molto riduttivo per il “Serafico Padre”. Lui ha cercato sempre di vivere il Vangelo senza interpretazioni».

Francesco raccontato e scritto anche da laici e uomini di cultura. Cos’è che affascina così tanti i laici di questa figura?

«È sempre stato visto come un uomo che supera la storia pur stando dentro la storia. Anche oggi. Anzi, oggi più che mai. C’è bisogno di riscoprire cos’è la vita veramente. Francesco lo ha capito. La vita è non legarsi alle situazioni, ai posti, agli affetti, ma essere liberi per seguire Cristo, povero, umile e crocifisso. Non si è fatto mai mettere in gabbia dalle situazioni del momento, al suo tempo i maiores. Ha scelto i minores. Oggi non si può scrivere di Francesco senza entrare nell’empatia francescana. Se non si cerca di ripetere quello che lui ha vissuto e ha fatto, non si potrà capire Francesco. Se ne potrà scriverne, sì, ma senza comprendere. Oggi più che mai avremmo bisogno di lui. L’ostensione delle sue reliquie è stato un segno importante per la storia, perché chiunque è passato davanti alle sue ossa ha sentito il fascino della sua figura. La sua storia resta, al di là di cosa e quanto se ne scriva».

Il messaggio universale che San Francesco ci ha lasciato qual è?

«Due frasi, dette prima di morire, consegnate ai frati: “poco o nulla abbiamo fatto, fratelli. Bisogna ricominciare ogni volta daccapo”. Se lui dice che in vita ha fatto troppo poco o nulla, io m’interrogo sul mio comportamento e sul perché vivo su questa terra. Per cercare di accumulare consensi, successi e cose, o perché voglio costruire amicizie, verità, qualcosa di bello che rimanga nel cuore più che nel tempo? Lui non pensava di costruire tutta questa attenzione nei suoi confronti a ottocento anni di distanza, lui viveva e voleva l’oggi, il quotidiano. Un bisogno di tornare sempre alle origini della sua vita. L’altra frase è questa: “Io ho fatto la mia parte, adesso Cristo vi insegni la vostra”. Cioè, lui la sua parte di vita l’ha fatta, ma seguendo sempre il Vangelo. Chiunque voglia vivere come Francesco o prendere spunto da lui, non può non prendere sul serio il Vangelo. Francesco è solo uno strumento per arrivare, come lui ha voluto, a Gesù Cristo. Questi due messaggi sono molto attuali perché tanti vogliono vivere senza Cristo e tanti pensano di essere protagonisti della loro vita, in realtà non è così. Solo tornando alle origini della bellezza dell’essere vivi, per merito di Dio e grazie alle nostre famiglie, lo siamo. E poi il ricominciare da capo, perché il bello è sempre davanti a noi: dobbiamo pensare di costruire qualcosa di bello per il futuro».

Il mondo, però, oggi sembra andare in direzione opposta al pensiero di San Francesco.

«Lui non si è mai alleato con i potenti, ma li ha rispettati. Francesco insegna che si può dialogare con i potenti e con altre religioni, a condizione che si mantenga l’umiltà».

Si avvicina il Natale: il Presepe, per la prima volta messo in scena a Greccio nel 1223, è un simbolo francescano raccontato in suo libro. Quanto è importante custodirlo e tramandarlo?

«Voleva vedere tutti i disagi vissuti dal Signore venendo sulla terra. A chi fa il presepe, chiedo di porsi tra le figure del presepe. Tra i pastori, tra i magi, tra la santa famiglia. Quell’immagine non deve vivere solo per un mese. Bisogna vivere quel clima di preghiera e di grazia per tutto l’anno, non solo nei giorni di Natale».

Padre Orazio ha scritto dei quattro ottocentenari francescani. Il presepe, le stimmate, la scrittura il Cantico delle creature e, l’ultimo, sulla morte corporale.

«Solo alla fine dei suoi giorni è riuscito a vivere la perfetta letizia, passando dalla vita terrena alla vita celeste. Una lezione per tutta l’umanità».