«Fu l’auto a causare la morte di Marcello»

Santa Maria Imbaro, i giudici chiariscono i motivi della caduta dalla moto del 18enne: «Ma non c’è certezza su chi guidava»
SANTA MARIA IMBARO. «Vogliamo solo verità e giustizia per Marcello». Dopo quasi sette anni dalla morte del figlio diciottenne, Pietro Varrenti e sua moglie, Maria Joana Jacobs, tornano a chiedere solo questo. La sentenza della Corte d’appello dell’Aquila, ribaltando quella del tribunale di Lanciano, ha assolto l’unica imputata, condannata in primo grado a sedici mesi. Ma sulla morte di Marcello non ci sono dubbi: è stata l’auto che ha svoltato all’incrocio mentre il giovane sulla moto sopraggiungeva a procurarne la caduta e, quindi, la morte, avvenuta tre giorni dopo in ospedale.
Lo ha chiarito la stessa Corte nelle motivazioni della sentenza, pubblicate nei giorni scorsi. Resta il dubbio su chi fosse effettivamente alla guida della macchina, se la donna o suo marito, ma non che sia stata la manovra di svolta, probabilmente azzardata, senza controllare se all’incrocio ci fosse qualcun altro, a provocare la brusca frenata del ciclomotore, come dimostrava anche la lunga frenata sull’asfalto, e la caduta, risultata poi letale.
Il collegio, presieduto da Aldo Manfredi, ha del resto assolto l’imputata dall’accusa di omicidio colposo con formula dubitativa (articolo 530, comma 2). «Non vi è dubbio che i due mezzi si trovassero in concomitanza all’incrocio (l’intersezione con via Sangro, dove avvenne l’incidente)», scrivono i giudici nelle motivazioni, sottolineando inoltre «di ritenere accertato che la caduta avvenne perché il Varrenti si vide davanti l’autovettura, per come è dimostrato dalla lunga traccia di frenata lasciata sull’asfalto dal ciclomotore. Se l’auto non avesse attraversato la corsia di pertinenza, Varrenti non sarebbe caduto al suolo e, dunque, non sarebbe deceduto». «Insomma», conclude il collegio, «la dinamica del sinistro è effettivamente quella ricostruita dal primo giudice e, tuttavia, vi sono dubbi insormontabili sull’individuazione del guidatore dell’auto».
Ma non è stata una caduta accidentale, Marcello non è morto perché aveva assunto chissà quali sostanze (se n’è discusso anche nel processo d’appello). Papà Pietro e mamma Maria Joana chiedono che sia chiaro questo, almeno, anche se non servirà a riportare Marcello in vita né ad attenuare il dolore ancora vivo dopo quasi sette anni da quella infausta sera di agosto. Il responsabile è destinato a rimanere ignoto: difficilmente, infatti, le parti ricorreranno in Cassazione contro la sentenza d’appello.
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