Vasto

Il cognato di Messina Denaro rinchiuso nel carcere di Vasto

4 Febbraio 2026

Filippo Guttaduro, “il Postino", era il tramite tra l’ultimo boss stragista e Provenzano

VASTO. Nome in codice: 121. Filippo Guttadauro non è soltanto il cognato prediletto di Matteo Messina Denaro. È stato il «postino» più importante dell’ultimo superlatitante stragista, l’uomo ombra arrestato quasi vent’anni fa e mai uscito dalla cella. Oggi Guttadauro è stato trasferito nel carcere di Vasto. Lui, il marito di Rosalia – la sorella del capomafia morto all’Aquila il 25 settembre 2023 – si trova al centro di un complesso caso giudiziario, una vicenda che racconta molto delle pieghe più strette del nostro ordinamento. La situazione è questa: nonostante da dieci anni avesse formalmente finito di espiare la condanna per associazione mafiosa, fino al mese scorso Guttadauro ha continuato a scontare una misura di sicurezza in regime di carcere duro nel penitenziario di Tolmezzo.

È una detenzione che prosegue oltre il calendario della pena principale. Un tempo sospeso dettato da una valutazione specifica: Guttadauro è stato ritenuto socialmente pericoloso. Secondo gli inquirenti, era perfettamente in grado di riprendere i contatti con Cosa nostra. Di ricominciare esattamente da dove aveva lasciato. Questa linea di rigore non è un’ipotesi investigativa. È stata confermata da diverse decisioni del tribunale di sorveglianza di Trieste, l’ultima delle quali ratificata dalla Suprema Corte di Cassazione nel 2024. I giudici, chiamati periodicamente a decidere sulla proroga della misura di sicurezza, hanno sistematicamente respinto le richieste di revoca presentate dai legali del boss. La motivazione ritorna, monolitica, in ogni atto: la persistenza della sua pericolosità sociale. Intesa come capacità intatta di tessere relazioni criminali. Un fattore ostativo insormontabile per il ritorno in libertà. Eppure, la fine del cosiddetto «ergastolo bianco», quella zona grigia detentiva che prosegue indefinitamente oltre la fine della pena formale, non ha portato all’immediata scarcerazione del cognato del padrino di Castelvetrano. La procedura ha seguito un iter tortuoso, fatto di tappe intermedie.

Da Tolmezzo, lasciato il 41 bis, Guttadauro è stato trasferito a Oristano per scontare, questa volta in regime ordinario, una condanna residua a quattro mesi per resistenza a pubblico ufficiale. Un reato commesso ai danni di un agente penitenziario durante la detenzione. Nelle scorse ore si è compiuto l’ulteriore trasferimento in Abruzzo, verso la casa lavoro di Torre Sinello. Guttadauro, 74 anni, era ritenuto vicinissimo al cognato, una figura cardine a cui per anni ha garantito le comunicazioni vitali con la famiglia e con l’apparato del clan. La rete che per decenni ha protetto la latitanza del boss come una cortina impenetrabile è stata smantellata. Pezzo dopo pezzo. Inchiesta dopo inchiesta. La moglie Rosalia, per esempio, è attualmente in carcere per scontare una condanna a 14 anni. Era lei la custode dei segreti più intimi. Messina Denaro le aveva confidato la sua malattia oncologica e lei conservava quelle informazioni. Dove? Nascoste nella gamba di una sedia. Un pizzino con le notizie cliniche sulla salute del fratello. Quel dettaglio, apparentemente marginale, si è rivelato la traccia decisiva. L’errore fatale che ha poi consentito ai carabinieri del Ros di chiudere il cerchio e arrestarlo alla clinica La Maddalena. La mappa della detenzione familiare, però, si estende ben oltre la coppia. È detenuto anche il figlio Francesco Guttadauro, indicato nelle carte processuali come il «nipote prediletto» del padrino di Castelvetrano. Si trovano in carcere l’altra sorella di Messina Denaro, Patrizia, e un altro cognato del boss, Gaspare Como. Una dinastia criminale che lo Stato ha progressivamente isolato, recidendo i legami con il territorio. Filippo Guttadauro, nello specifico, si trova in galera ininterrottamente dal 2006. Il suo arresto si inseriva in un contesto ben preciso: era considerato il «portavoce» del boss allora latitante Matteo. Svolgeva la delicata funzione di collegamento fra lui e l’allora capo dei capi, Bernardo Provenzano. Nei pizzini scambiati tra i vertici dell’organizzazione, Provenzano lo indicava con il numero 121. Un codice numerico che celava l’identità dell’ambasciatore tra le due anime della mafia siciliana: quella corleonese e quella trapanese. Guttadauro viveva fra Aspra, una borgata marinara alle porte di Palermo, e Castelvetrano. Il cuore del potere. Il cuore degli affari dei Messina Denaro. La conferma del suo ruolo apicale arrivò anche dalle perquisizioni successive alla cattura di Provenzano. Nel covo di Montagna dei Cavalli, il rifugio in cui è stato arrestato il boss corleonese l’11 aprile 2006, gli agenti hanno trovato una lettera autografa di Guttadauro indirizzata al vecchio padrino. Documenti che provavano un rapporto fiduciario.

A dare particolare forza al quadro d’accusa, rendendo evidente il suo peso specifico nelle dinamiche criminali, sono state le intercettazioni effettuate nel box del boss Nino Rotolo. Durante i summit registrati dalla polizia, i capimafia parlavano spesso dell'attività illegale portata avanti da Filippo Guttadauro. Facevano riferi mento in particolare alle estorsioni imposte alle imprese palermitane che effettuavano lavori nel Trapanese. La figlia di Filippo è Lorenza, ex avvocato, il cui «cliente» più famoso e ingombrante era proprio lo zio Matteo. Da qualche anno Lorenza ha definitivamente lasciato la toga, si è trasferita a Roma, è stata assunta dal ministero dell’Istruzione e lavora all’Ufficio scolastico regionale per il Lazio. Fino all’ultimo giorno di vita del boss di Castelvetrano, è rimasta al capezzale dello zio. Per il padre, Filippo Guttadauro, si apre invece una nuova, incerta fase detentiva nella casa lavoro di Vasto. L’uomo, che secondo i calcoli a giugno potrebbe tornare libero, è ora difeso dall’avvocato del foro di Vasto Alessandro Cerella. Lo stesso legale che, nel procedimento di sorveglianza, aveva assistito anche Matteo Messina Denaro. Chiudendo così un cerchio di assistenze legali che lega, ancora una volta, i destini dei due cognati.