Il controllo del boss sul territorio Il pm: agiva come un capomafia

27 Gennaio 2022

«C’era chi, per risolvere i problemi, si rivolgeva all’albanese Dritan Mici e non alle forze dell’ordine» Gli investigatori intercettano la telefonata di una vittima terrorizzata: «Sono certo che mi ucciderà»

SAN SALVO. Controllava il territorio e dettava la sua legge. Di più: «Era come un capomafia». Così il pm Stefano Gallo descrive Dritan Mici, 47 anni, al vertice della banda albanese di stanza a San Salvo capace di monopolizzare il traffico di cocaina ed eroina nel Vastese e di fare affari con la ’ndrangheta. Un gruppo criminale azzerato all’alba di lunedì con i 20 arresti scattati dopo le indagini dei carabinieri e della guardia di finanza dei comandi provinciali di Chieti, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila guidata dal procuratore Michele Renzo. Il giudice Marco Billi riporta nell’ordinanza di custodia cautelare un capitolo contenuto nella richiesta del pubblico ministero. «Dritan Mici», si legge, «è il punto di riferimento, nel comprensorio che si estende dall’area di Vasto e San Salvo fino all’Alto Vastese, per numerosi personaggi che si rivolgono a lui, ancor prima che alle forze dell’ordine, per dirimere problematiche delinquenziali quale sicuro risolutore. Come un capomafia», appunto.
L’INTERCETTAZIONE
Tra le richieste di intervento, sempre secondo il pm, appare «indicativa» quella di un imprenditore di San Salvo che lavora nel settore di liquori e bevande e sostiene di non essere stato pagato da alcuni appartenenti alla comunità rom. È il 30 settembre del 2019 quando l’imprenditore in questione telefona a Mici, che ha il cellulare intercettato, rappresentandogli una problematica avuta da un suo dipendente durante una consegna della merce: «L’operaio», dice, «è andato a scaricare agli zingari. Non lo hanno pagato. Gli volevano menare». Poi, c’è il racconto della minacce ricevute («Vattene», «mo li vedi gli schiaffi al muso», «noi i soldi non te li diamo»). A questo punto, arriva la rassicurante risposta di Mici: «Ci penso io». Il giorno successivo, il boss albanese contatta l’imprenditore e gli fa intendere di aver risolto la problematica di cui era stato investito: «Domani ti pagano i soldi», assicura. Secondo il giudice, in estrema sintesi, si tratta di un episodio in linea con «metodi di chiara connotazione mafiosa» e con «il ruolo di controllo del territorio riconosciuto al sodalizio criminale».
IL BUTTAFUORI MINACCIATO
La capacità intimidatoria emerge soprattutto nella guerra per assicurarsi la gestione dei servizi di sicurezza nei locali notturni della costa meridionale abruzzese e dell’Alto Molise. Il 4 febbraio del 2020, uno dei buttafuori inviso al gruppo albanese, senza sapere di essere intercettato, racconta di aver incontrato la sera precedente in un pub Drian Mici e che quest’ultimo non gli aveva perdonato una denuncia di estorsione presentata nei suoi confronti. L’addetto alla sicurezza manifesta chiaramente il suo timore di essere ammazzato dal rivale: «All’improvviso», dice, «mi è venuto a fianco al tavolo, proprio attaccato, pelle a pelle. Io stavo seduto. Mi ha detto che mi vuole uccidere, compà. Ieri ho parlato con delle persone... mi ha detto che mi faranno molto male».
«MI UCCIDERANNO»
Il buttafuori è convinto che Mici possa commissionare il delitto a qualcuno proveniente da fuori Italia: «Lo farà fare da qualcuno dall’Albania. Non li ferma nessuno al posto di blocco perché non ci sta la frontiera, non ci sta niente. Si fermano, fanno la ’mmasciata e se ne ritornano a casa lo stesso giorno. Gli dà diecimila euro, ventimila euro. Sai quanti soldi sono diecimila euro per loro? Stapposto. Se la vuole fare lunga... Se la vuole fare corta, va a Foggia, un tossico, cinquemila euro mi uccide». Per il giudice, va contestata l’aggravante del modo mafioso perché questi comportamenti, uniti anche ad attentati incendiari, «hanno ingenerato nella persona offesa la convinzione di non doversi misurare con un gruppo criminale comunale, ma con un gruppo criminale la cui forza intimidatoria si radica su pregresse serie di azioni violente».
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