Il geometra che portò a Chieti anche Mozart
di KATIA GIAMMARIA Due sono le attività da riconoscere alla sagacia di Nicola Cucullo: l’aver abbattuto il mercato coperto di piazza Malta, obbrobrio sotto il quale vennero trovati decine di topi,...
di KATIA GIAMMARIA
Due sono le attività da riconoscere alla sagacia di Nicola Cucullo: l’aver abbattuto il mercato coperto di piazza Malta, obbrobrio sotto il quale vennero trovati decine di topi, diventata oggi piazza degli eventi e la legge sul teatro Marrucino che la Regione, guidata da Giovanni Pace, nel 2001 consacrò teatro lirico abruzzese. Due argomenti poco consoni al tecnico, geometra della «fettuccia e del metro» che per quanto avesse una penna facile, non era quello che si dice un intellettuale. Ma Nicola Cucullo, che entrò in un Comune dissestato dai debiti e costretto a ingegnarsi e recitando anche la parte del sindaco decisionista e intransigente, sfruttò con lungimiranza e intuito quello che Chieti già possedeva, percorrendo le difficili strade della cultura. Fece mettere persino due statue di santi, abbandonate nel cimitero monumentale, all’ingresso della cripta di San Giustino, suscitando le perplessità di Curia e Soprintendenza.
Il geometra della fettuccia e del metro, che in giovinezza frequentava a Roma i teatri di avanspettacolo, ricordava spesso la frase di Totò: “quel sorriso non mi è nuovo” detta di fronte al lato B della ballerina, fu il sindaco della Settimana Mozartiana, suggerimento fortunato del maestro Sergio Rendine, curato dalla precisione del mite commissario Aurelio Bigi e attirandosi le critiche degli intellettualoidi di turno sul perché Mozart dovesse essere celebrato a Chieti. Fu il sindaco dell’orchestra del Marrucino, nel tentativo di farlo diventare teatro di produzione, l’unico modo per far vivere un gioiello di rara bellezza.
Cucullo, il geometra della fettuccia, mania che fu la sfortuna della ex giunta democristiana, con i primi arresti partiti proprio sulle imperfezioni della pavimentazione di piazza Vico, si curò principalmente della cultura perché capì e si attivò concretamente per sfruttare la unica, naturale vocazione dell’antica Teate.

