Il palazzo Novecento non deve essere demolito

Il Consiglio di Stato mette la parola fine al contenzioso e dà ragione al Comune Accolto l’escamotage di acquisire l’edificio e progettarvi il trasloco degli uffici
LANCIANO. Palazzo Novecento non sarà demolito. Lo ha stabilito una sentenza del Consiglio di Stato depositata nei giorni scorsi in segreteria, che ha accolto il ricorso del Comune di Lanciano contro la sentenza del Tar dell’Abruzzo–Sezione staccata di Pescara che invece imponeva l'abbattimento della palazzina precedentemente occupata da dieci famiglie.
LA DECISIONE. Il Tar di Pescara nell'agosto 2014 aveva accolto il ricorso proposto dall'avvocato Pietro Salvatore (proprietario di una villetta risalente ai primi anni del Novecento adiacente alla palazzina) dopo una complicatissima vicenda giudiziaria iniziata negli anni '90. Ma la decisione del Consiglio di Stato ribalta oggi completamente la situazione. Alla palazzina viene riconosciuta la pubblica utilità dopo le procedure di acquisizione al patrimonio avviate dal comune di Lanciano su interessamento dell'assessore all'urbanistica Pasquale Sasso e dell'avvocatura comunale. In pratica il Comune ha prefigurato dei "prevalenti interessi pubblici" dell'immobile che dovrebbe ospitare alcuni uffici comunali.
Dal mancato abbattimento della palazzina dichiarata abusiva il Comune di Lanciano non solo risparmia l'enorme cifra di 300mila euro derivanti dai costi di demolizione, ma l'operazione permette di risparmiare circa 85 mila euro l'anno di affitto per gli uffici. Il piano del Comune prevede infatti di trasferire a Palazzo Novecento gli assessorati alle politiche sociali e ambientali, il segretariato sociale, gli uffici patrimonio, mobilità e traffico, l'assessorato all'istruzione e l'archivio del V settore per un totale di 45 addetti. Il piano terra della palazzina sarebbe invece destinato al pubblico con l'attività di front office.
LA STORIA. L'immobile di via De Titta, in pieno centro cittadino, era stato costruito alla fine degli anni Novanta senza abbattere due ville fatiscenti così come previsto dal piano regolatore del 1985. Una delle due ville apparteneva alla ditta costruttrice di Palazzo Novecento, la Dnd immobilare, l'altra a un privato, Pietro Salvatore, e insieme facevano parte di un unico comparto. La Dnd tuttavia aveva presentato un piano di recupero solo per la sua proprietà e gli atti vennero comunque approvati dal Consiglio comunale dell'epoca (giunta Fosco).
Nel 1998, dopo il ricorso del confinante, il Tar annullò la concessione edilizia e il piano di recupero. Ma il palazzo venne costruito ugualmente e nel 2001 furono venduti tutti i dieci appartamenti. Di qui una lunga serie di ricorsi, battaglie in tribunale e pronunciamenti dei giudici fino all'ultima sentenza che aveva ordinato il definitivo abbattimento di Palazzo Novecento.
LA PUBBLICA UTILITÁ. L'escamotage giuridico di annettere la palazzina al patrimonio comunale era stato votato in consiglio dalla maggioranza nel gennaio 2014. Se da un lato l'amministrazione Pupillo non ha potuto evitare lo sfratto delle dieci famiglie che abitavano nell'immobile, dall'altro l’articolo 31 del Testo unico in materia edilizia (Dpr 380/2001) a cui si è fatto riferimento, ha consentito di non far pagare alla collettività i costi di una situazione che si trascinava ormai da decenni.
Il Consiglio di Stato mette ora la parola fine alla vicenda accogliendo l'appello del comune di Lanciano e dichiarando irricevibile il ricorso di primo grado dell'avvocato Salvatore.

