Indagato per spaccio e licenziato I giudici: la De Cecco lo riassuma

Un operaio vince la battaglia legale contro il colosso di Fara, terzo produttore al mondo di pasta La Corte d’Appello: «Sanzione disciplinare illegittima, va anche risarcito con 12 mesi di stipendio»
CHIETI. È stato licenziato dal pastificio De Cecco di Fara San Martino perché indagato per spaccio di droga. Ma A.P., operaio di 54 anni, assistito dagli avvocati Italo Colaneri e Cristina Di Renzo, ha vinto la battaglia legale contro il terzo produttore al mondo di pasta: la Corte d’Appello dell’Aquila, ribaltando la decisione del tribunale di Chieti, ha annullato il licenziamento e condannato l’azienda a reintegrare il lavoratore risarcendolo anche con 27.300 euro, ovvero dodici mensilità, il massimo previsto dalla legge.
IL LICENZIAMENTO
È il 10 giugno del 2020 quando la De Cecco invia una comunicazione al dipendente: «Abbiamo avuto cognizione», si legge sul documento, «che lei è indagato e destinatario della misura cautelare dell’obbligo di dimora nell’ambito delle indagini avviate dalla Procura di Lanciano mirate allo smantellamento di una fitta rete di micro spaccio di droga accompagnata da episodi di violenza. In base alle informazioni in nostro possesso, lei è parte di questa associazione con fini criminali. I comportamenti a lei addebitati sono tali da avere rilievo disciplinare».
«PERSA LA FIDUCIA»
Secondo l’azienda, infatti, si tratta di «condotte integranti reati di particolare allarme sociale e idonee a ledere il vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro, svolgendo A.P. mansioni relative a controlli dei prodotti aziendali dirette a preservare la salute dei clienti, potendo lo spaccio di stupefacenti trovare un importante bacino nei rapporti di colleganza o di lavoro, svolgendo il dipendente la sua illecita attività nel paese sede della datrice di lavoro». Da qui, la decisione di metterlo alla porta. Fin dall’inizio, A.P. sostiene di essere indagato esclusivamente per due episodi di cessione di stupefacenti, che peraltro – a suo dire – non ha neppure commesso.
LA SENTENZA
Secondo i giudici aquilani (presidente Ciro Marsella, consigliere Annamaria Tracanna, consigliere relatore Massimo De Cesare), «deve ritenersi che non vi sia alcuna prova della sussistenza dei fatti ascritti al lavoratore quali illeciti disciplinari», anche perché la De Cecco «è rimasta contumace in primo grado (ovvero non si è costituita in giudizio, ndr), non fornendo così alcun elemento a riguardo». La Corte d’Appello entra anche nel merito delle accuse e ritiene che queste siano insussistenti pure dall’analisi degli atti di indagine (il processo di primo grado è attualmente in corso davanti al tribunale di Lanciano). «Le conversazioni o i messaggi intercettati sull’utenza telefonica in uso al lavoratore», scrivono in sentenza i giudici aquilani, «sono di tenore generico, privi di riferimenti specifici a consegne di cose, o indicazione di quantità o prezzi. Inoltre, non è stato mai rinvenuto stupefacente in possesso del lavoratore e le perquisizioni eseguite a suo carico hanno avuto sempre esito negativo, non si rilevano contatti stabili con ambienti criminali o con gli altri indagati, né emergono elementi da cui potersi evincere che abbia posto in essere azioni violente».
«ACCUSE CONTRADDITTORIE»
Neanche dai racconti di una serie di testimoni, sottolinea ancora la Corte d’Appello, «emergono indizi di appartenenza di A.P. ad associazioni criminali, ma potrebbero semmai ricavarsi elementi di prova esclusivamente di alcuni episodi di cessione di stupefacenti, costituenti condotte diverse da quelle contestate. Peraltro, tali elementi appaiono allo stato contraddittori, sicché essi non potrebbero nemmeno costituire prova sufficiente della sussistenza di tali condotte». Ecco perché, concludono i giudici dell’Aquila, il licenziamento va dichiarato illegittimo e l’operaio deve tornare a lavorare nel pastificio.
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