«Internato nei lager, vi racconto la guerra e i miei 103 anni»

Chieti. Nicola De Luca domani festeggia il compleanno La lezione ai giovani: ho patito tanto, ma non ho mai mollato
CHIETI. Nicola De Luca, 103 anni da compiere domani e una vita da raccontare. Dalla seconda guerra mondiale agli anni da internato nei campi di concentramento in Germania. Immagini e ricordi che restano impressi nella memoria di De Luca, nato a Chieti il 9 marzo del 1916, che oggi ha ancora la lucidità per raccontare oltre cento anni di vita. Nicola apre le porte della sua casa di Chieti scalo, in via Pescara. Ha una coppola in testa, un bastone per tenersi meglio in piedi e un mandolino. «Questo lo porto sempre con me», dice soddisfatto, «ho imparato da solo a suonare ai tempi della guerra. Giravo con uno zaino, due bagagli e un mandolino, che non lascio più».
Poi, sfoglia l’album dei ricordi. E racconta di quando è stato internato nel campo di concentramento di Kassel, in Germania. «Ho lasciato Chieti a 20 anni», ricorda con voce ferma e lo sguardo fisso in una fotografia d’epoca di quando era giovane. «Ho fatto il militare a Bari nella nona compagnia di sussistenza. Lavoravo nel magazzino centrale dove si riforniva di alimenti l’esercito italiano. Poi dal 1940 al 1943 sono stato in Albania, prima di essere deportato in Germania». A Kassel, nella Germania centro-occidentale, De Luca è stato internato due anni. «Lavoravo 12 ore al giorno, patendo la fame e il freddo. I tedeschi ci facevano svegliare alle 5: tre ore di esercizi fisici sotto la neve prima di iniziare a lavorare. Nel nostro campo si producevano i pezzi per gli aerei». Nonostante sia passato più di mezzo secolo, De Luca ricorda con estrema lucidità quei momenti difficili. «Ci davano da mangiare la crusca ammuffita che davano ai maiali. Si pativa la fame, ma si stringeva i denti. Un giorno, però, ho parlato con un ufficiale tedesco dicendo che anche noi italiani meritavamo un pasto dignitoso come gli altri, altrimenti non avremmo lavorato. Così hanno iniziato a darci pane e minestra». Fame sì, ma anche tanto freddo. «Non vedevamo mai la luce del sole. Il cielo era sempre grigio. Faceva un freddo da morire, si stava anche a -30 gradi. Ricordo ancora che, quando pioveva, cadevano blocchi di ghiaccio dal cielo. Avevamo solo una baracca per ripararci. Dormivamo sulle brande e, a volte, anche nella stalla».
Finita la guerra, De Luca è tornato a Chieti. Cresciuto in una famiglia di contadini, al suo ritorno a casa ha ripreso l’attività in campagna dei suoi genitori. Nel ’52 si è sposato. Ha un figlio e due nipoti. Il 2 giugno del 2016, nel giorno della festa della Repubblica, ha ricevuto dal sindaco Umberto Di Primio e dall’ex prefetto di Chieti Antonio Corona una medaglia al valore che custodisce nel cassetto. Oggi De Luca si gode la famiglia e continua a suonare il mandolino. «Quelli della guerra sono stati anni difficili», ripete all’infinito, «abbiamo fatto tanti sacrifici». Poi, prima di alzarsi dalla sedia e di tornare in camera, esclama: «Auguri e lunga vita a tutti!». Come la sua.
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