parla il candidato

Intervista a Legnini: «Parlavo al telefono rosso con Napolitano e Mattarella Ora voglio rilanciare Chieti»

29 Maggio 2026

Il candidato del centrosinistra si presenta al ballottaggio con 20 punti in più:

«Fuori dal dissesto economico in un anno. Riapro tunnel e Palazzo d’Achille»

CHIETI

Da dove arriva Giovanni Legnini?

«Arrivo da una famiglia di cui sono orgoglioso. Una famiglia molto unita. Mio padre era un contadino. Ho conosciuto la durezza del lavoro, i profumi della terra e del grano».

Giovanni Legnini si presenta al ballottaggio di Chieti come candidato sindaco di un centrosinistra in netto vantaggio al primo turno: 47,20% delle preferenze per la coalizione progressista e civica, contro il 27,47% di Cristiano Sicari, candidato di una parte del centrodestra. Nell’intervista al quotidiano Il Centro, Legnini risponde alle domande del direttore Luca Telese, del caporedattore Domenico Ranieri e dei giornalisti della redazione teatina, intrecciando biografia e programma: le origini, il centro storico negli anni Settanta, la scalata ai vertici delle istituzioni fino a diventare vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. E ancora: Palazzo d’Achille e il tribunale, i parcheggi e l’università. Legnini rivendica la sua esperienza e la porta in una sfida per la fascia tricolore che, dice, ha come fine ultimo uscire dal dissesto economico, riaprire spazi, ridare forza alla macchina amministrativa, riportare funzioni nel cuore della città.

Legnini, quando è arrivato da Roccamontepiano a Chieti?

«Dopo gli studi a Chieti, a vent’anni mi sono trasferito a Chieti Scalo. Da allora ho sempre vissuto in città, tranne negli ultimi anni, quando gli incarichi istituzionali mi hanno portato altrove, a Roma e in cinque regioni. A Chieti ho studiato, lavorato, costruito la mia famiglia e maturato la mia esperienza politica».

Che città era la Chieti della sua giovinezza?

«Era una città viva. Pullulava di giovani: universitari, militari, residenti. C’erano negozi bellissimi, attività culturali, servizi pubblici, la presenza dell’università. Il centro storico aveva un’energia che oggi dobbiamo ricostruire».

Un luogo che ricorda di quegli anni?

«Piazza Malta. C’era un bar bellissimo, gestito da un signore anziano che si chiamava Giustino, che accoglieva noi ragazzi. All’epoca l'università d’Annunzio ricomprendeva anche Teramo, dove io frequentavo la facoltà di Giurisprudenza. Ma vivevo a Chieti e facevo il pendolare. Il tempo libero lo trascorrevo tra piazza Malta, il Corso e la villa comunale».

Che ragazzo era?

«Per mantenermi agli studi lavoravo in uno studio prima di un commercialista e poi di un avvocato. Quella stagione mi ha molto formato».

La sua prima macchina?

«Una Dyane 6. Usata, naturalmente. Ed era decappottabile. Fantastica».

La Chieti di allora era anche elegante?

«Certo che lo era, con un Corso vivo e una città con una grande vitalità urbana. Nel tempo Chieti è stata spogliata di funzioni pubbliche e si è spopolata. Oggi ci sono le condizioni per farla tornare a vivere».

Perché il centro storico si è svuotato?

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«Per la delocalizzazione diffusa delle funzioni pubbliche, dell’università e dei presidi militari. Poi per la crisi demografica delle città medie e del territorio regionale. E per l’assenza di un progetto ambizioso per il centro storico. Ora quel progetto noi lo abbiamo definito e vogliamo attuarlo».

La prima ambizione da sindaco?

«Rendere tutta la città accogliente, nella parte alta e a Chieti Scalo, far tornare i giovani a popolarla. Il centro storico è uno dei più belli d’Abruzzo e non solo, con un enorme patrimonio storico, culturale, museale. È una delle eccellenze di Chieti, anche se non è l’unica. Chieti Scalo ha una grande vitalità che dobbiamo migliorare, l’area industriale dispone di realtà produttive di valenza strategica nazionale».

Il mare che posto ha avuto nella sua vita?

«Al mare sono arrivato tardi e me ne sono innamorato. Per l’Abruzzo penso alla Costa dei trabocchi, a partire da Ortona e al tratto tra Francavilla e Ortona. Sono luoghi del mio cuore».

Che cos’è per lei la teatinità?

«È identità storico-culturale e perseveranza. Attitudine al lavoro e all’impegno».

La sua prima elezione comunale?

«Nel 2005 fui eletto consigliere comunale, primo degli eletti, con Francesco Ricci sindaco. Poi feci il presidente del Consiglio comunale. Nel 2010 fui rieletto, ancora arrivando primo. Quando divenni sottosegretario alla presidenza del consiglio, mi dimisi da consigliere comunale».

Oggi ha ritrovato gli elettori di allora?

«Moltissimi. Ho ritrovato amici, conoscenti, persone che ricordano quelle stagioni. Mi hanno colpito l’affetto, la considerazione, la stima che mi sono stati riservati. Voglio restituirli con la dedizione e il lavoro che la difficile situazione eccezionale della città richiedono».

Entrare nelle istituzioni nazionali che effetto le fece?

«Le emozioni più forti le ho vissute nell’aula del Senato, dove sedevano giganti della storia repubblicana: Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga, Giorgio Napolitano, Gianni Agnelli, Rita Levi-Montalcini, Umberto Veronesi. Ma c’è n’è anche un’altra che ricordo».

Quale?

«Entrare nella stanza dove è custodito l’originale della Costituzione repubblicana, firmata da Enrico De Nicola, Umberto Terracini e Alcide De Gasperi. Ho provato sensazioni indescrivibili».

Un aneddoto sul Senato?

«La finanziaria del governo Prodi, alla fine del 2007. Fui relatore. Si ballava su un voto. Dovetti esprimere pareri su circa 2.000 emendamenti. Credo sia stata l’ultima volta in cui si votò emendamento per emendamento. Cossiga era seduto vicino a me, sui banchi dei relatori, per ragioni fisiche. Mentre interveniva Dini, mi scrisse un biglietto».

Che cosa c’era scritto?

«Temeva che il governo Prodi sarebbe caduto e mi scrisse questa frase che conservo: “Chi tradisce una volta tradisce per sempre”. Si riferiva al gruppo di Dini».

E l’esperienza alla presidenza del consiglio?

«Palazzo Chigi è uno snodo istituzionale decisivo. Le grandi questioni della società, dell’economia e della vita istituzionale del Paese confluiscono lì. I dossier più rilevanti arrivano lì per essere esaminati e risolti».

Quale dossier le ha tolto più sonno?

«La battaglia affidatami dal presidente del consiglio e sollecitata dagli editori italiani per ottenere il riconoscimento del diritto d’autore nella pubblicazione degli articoli online. Trattai con Google a vari livelli, ottenendo risultati che rappresentarono le premesse dello sviluppo della legislazione successiva».

E il ministero dell’Economia?

«Quello del Mef è il palazzo più grande di Roma. Ricordo ancora la conversazione con un usciere».

Che cosa le disse?

«Che quel palazzo ha un chilometro di circonferenza. E scoprii che il corridoio più lungo è quello dove si esercita la funzione di gestione del debito pubblico. Avevo molteplici deleghe, tra le quali la ricostruzione post sisma, l’equilibrio finanziario di Roma Capitale, il dissesto degli enti locali. Esperienze preziose oggi per Chieti».

Bersani dice che, sul dissesto, Chieti ha l’uomo giusto.

«Sono l’ultimo a poter dare giudizi su me stesso, ciò che posso dire è che ho maturato esperienze rilevanti in processi di ricostruzione complessi, nella gestione di emergenze territoriali e di crisi finanziarie. Chieti vive una condizione eccezionale. Quelle esperienze saranno per me preziose per affrontarla con metodo, forza e rapidità, come ho cercato di fare altrove».

Poi l’esperienza da commissario.

«Sono stato nominato da tre governi: Conte II, Draghi e poi confermato dal governo Meloni. Ho seguito 200 comuni, dedicando tutto me stesso a quei territori. Ho adottato provvedimenti e ordinanze di grande rilievo per i territori e le comunità, e mi sono misurato con traumi, ferite, sofferenze vere delle persone che ho cercato sempre di ascoltare».

La cosa di cui è più orgoglioso di quel periodo della sua vita?

«L’opera maggiormente simbolica è la ricostruzione della basilica di San Benedetto a Norcia, riaperta in pochissimo tempo. Il programma più ambizioso che ha dato enormi risultati è quello denominato Next Appennino, per la rigenerazione e lo sviluppo delle aree terremotate del 2009 e del 2016-17 nelle quattro regioni colpite, con un investimento di 1,8 miliardi di euro e grandi ricadute sul nostro territorio regionale. Poi, la gestione dell’emergenza della frana e dell’alluvione a Ischia, con 1.500 persone fuori casa alle quali trovammo una soluzione rapidamente».

Ha passato notti senza dormire?

«Sì, anche due e più di fila. A fine 2022, proprio dopo la frana a Ischia. Lavoravo e dormivo in una caserma militare, Palazzo Reale, che era stata residenza estiva dei Borbone. Furono settimane di lavoro continuo, dentro una grande ferita aperta».

Poi la vice presidenza del Csm, a stretto contatto con il capo dello Stato, che presiede l’organo di autogoverno della magistratura.

«Ho avuto l’onore di lavorare per quattro anni in stretto raccordo con il Quirinale, prima con il presidente Giorgio Napolitano e poi con il presidente Sergio Mattarella, rapporti improntati alla massima riservatezza. Ho imparato moltissimo, quell’esperienza mi ha arricchito profondamente».

È vero che esisteva il telefono rosso?

«Sì, esisteva. Era un collegamento diretto con il presidente. Mi è accaduto diverse volte di usarlo».

Una differenza pubblica tra Napolitano e Mattarella?

«Napolitano aveva una forte capacità di pungolare le istituzioni e la politica. Mattarella è un esempio di eccezionale valore, di raffinato equilibrio istituzionale e di grande umanità».

Torniamo a Chieti. Che cosa ha davanti la città?

«Negli ultimi anni Chieti è stata investita da una vera e propria tempesta perfetta: dissesto finanziario, indebolimento della struttura comunale, frane. Bisogna ridare forza all’istituzione, rappresentare i cittadini, raccogliere le sofferenze di questi anni e curare le ferite del territorio. Tutto ciò corrisponde a diverse delle esperienze istituzionali da me vissute. Temi che conosco concretamente, avendoli affrontati in situazioni complesse».

La prima cosa da fare?

«Uscire dal dissesto. So come fare, perché mi sono occupato del dissesto finanziario di molti comuni italiani, dell’equilibrio finanziario di Roma e Napoli, di altre situazioni complesse. Il mio obiettivo per Chieti è uscire dal dissesto entro un anno, possibilmente anche prima».

Come?

«Facendo valere le ragioni della città. Un tratto di strada è stato fatto, perché il bilancio corrente è stabilmente riequilibrato. Ma resta la parte più complessa: far quadrare i conti degli 80 milioni di euro di debiti ereditati dal governo della destra. Dovremo lavorare con l’Organismo straordinario di liquidazione».

Andrà a trattare anche al Mef?

«Certo. Conosco il Mef e so come si affrontano questi dossier. Poiché il dissesto è stato provocato da dieci anni di malgoverno della destra, un intervento statale sarebbe un atto di giustizia verso la città. Non possono essere solo i cittadini a pagare. Altrimenti si dovrà guardare al patrimonio, nei modi previsti dalla legge».

Il governatore Marsilio dice che al ballottaggio si riparte da zero a zero.

«Il presidente Marsilio ha detto molte cose, anche offensive nei confronti miei e della città, provando a travisare un dato evidente. La coalizione progressista e civica che ho l’onore di guidare ha ottenuto il 47%, un risultato mai raggiunto al primo turno in città. Il centrodestra è diviso e il secondo classificato è al 27%. Il ballottaggio è una storia diversa, certo, ma per citare Troisi direi che noi non ricominciamo di sicuro da zero. Ha anche detto che non ho fatto nulla per la città negli anni dei miei incarichi istituzionali. È falso, l’elenco di interventi da me promossi e fatti finanziare è lunghissimo e superano i 100 milioni di euro, non me ne sono mai vantato, ma evidentemente il presidente della Regione neanche li conosce».

Il centrodestra si è ricompattato: Sicari ha trovato l’intesa con Colantonio e Carbone. È preoccupato?

«Non mi occupo degli accordi altrui e, di certo, non me ne preoccupo. È stata una campagna, la loro, segnata da divisioni profonde che difficilmente si ricomporranno alle urne. Noi andiamo avanti con decisione, spero anche con il sostegno delle altre due liste civiche con le quali c’è dialogo proficuo. Gli accordi intendiamo farli alla luce del sole con la città e i cittadini di ogni orientamento politico».

A casa come hanno preso questa candidatura?

«All’inizio la mia famiglia non era molto contenta. Ora mi sostiene con grande convinzione, com’è sempre accaduto. Il mio pensiero va ogni giorno alla mia nipotina, Nilde, che ha due anni e mezzo ed è per me fonte di amore e grande felicità».

La candidatura è stata una scelta cercata?

«Avevo programmi di vita diversi. Il sindaco Diego Ferrara, l’intera coalizione e moltissimi cittadini mi hanno chiesto insistentemente di rendermi disponibile. Ho ritenuto giusto accogliere quell’appello per puro spirito di servizio. Lo faccio con onore, con umiltà e forte delle esperienze istituzionali maturate».

Che giudizio dà di Ferrara?

«Diego Ferrara è un galantuomo che rispetta le istituzioni. Ha avuto la tempra per resistere ad anni difficili e la lungimiranza di indicare, per il bene di Chieti, l’esigenza di una fase nuova. Lo ringrazio per quello che ha fatto e per la sua generosità».

Palazzo d’Achille, sede storica del Comune, è uno dei simboli chiusi della città. Che cosa intende fare?

«Ho chiari i passaggi da compiere per arrivare alla sua riapertura. Palazzo d’Achille è chiuso dal 2009, dopo il terremoto dell’Aquila. Sono disponibili cinque milioni di euro per il recupero, una delle tante cose che mi sono impegnato a ottenere. Chiederò all’Ufficio speciale della ricostruzione del cratere 2009 di affiancare il Comune in un cronoprogramma stringente».

In quanto tempo può riaprire?

«Il mio obiettivo è un recupero per lotti, graduale. Il primo lotto può essere realizzato e consegnato in nove-dodici mesi. Farò l’impossibile perché quel bellissimo palazzo storico torni a disposizione della collettività come sede comunale».

Il Palazzo di giustizia deve restare in centro?

«Assolutamente sì. Su questo non arretreremo. Le condizioni per una cittadella giudiziaria nella zona di piazza San Giustino esistono. Le soluzioni sono diverse. Ne ho parlato più volte anche con il ministero della Giustizia».

E l’ipotesi di portare tutto all’ex ospedale San Camillo?

«È un’idea sciagurata. Delocalizzare anche il Palazzo di giustizia sarebbe gravissimo perché significherebbe svuotare ancora di più il centro storico. Era un’idea del presidente Marsilio, che voleva vendere un immobile della Asl al Demanio per far fronte ai debiti. Faremo tutto il possibile perché il presidio giudiziario resti in centro».

Il tunnel tra il terminal di via Gran Sasso e largo Barbella è stato inaugurato e mai aperto.

«È una vicenda che va assolutamente risolta. Mi impegno ad aprire il tunnel, a ripristinare la scala mobile e a collegare i parcheggi entro quest’anno. Ma, in tema di lavori pubblici, ho molti altri obiettivi».

Quali?

«Entro sei-nove mesi voglio attivare il nuovo parcheggio ipogeo di piazza Garibaldi. I due interventi in corso consentiranno di disporre di 500 posti auto. Poi bisogna proseguire subito con il progetto per il parcheggio di via Ciampoli. La mobilità e l’accessibilità sono decisive se vogliamo riportare funzioni, studenti, uffici e vita nel centro storico. Molti altri sono i cantieri da completare e avviare».

Da chi sarà composta la sua giunta, in caso di vittoria?

«Ho in mente il profilo della squadra, non i nomi. Deve essere competente e motivata, pronta a spendere energie e tempo al servizio della città. I risultati elettorali prefigurano un mix felice tra esperienze importanti, giovani e donne».

Sarà una squadra tutta interna alle sue liste?

«Sarà una squadra rinnovata, costruita dentro un confronto che si svolgerà in questi giorni, basata su consenso, competenze ed esperienza. Deciderò subito dopo il secondo turno».

Nonostante il 47% del centrosinistra, il primo partito in città, Forza Italia, è di centrodestra. Che cosa significa?

«L’orientamento politico di Chieti è noto, Forza Italia supera di poco le nostre prime due liste, segno che la nostra coalizione è la più forte e la più coesa. Rivendico il fatto di rivolgermi non solo all’elettorato di centrosinistra, ma anche a quello moderato e di centrodestra. Molte persone di centrodestra ci hanno già dato consenso e spero se ne aggiungano altre».

Il rapporto con l’università quanto è importante per una città come Chieti?

«Lo considero strategico. Ho molta stima del rettore, del direttore generale e della governance dell’ateneo. Sono convinto che Comune e ateneo possano fare cose molto positive insieme».

Che cosa immagina per gli studenti?

«Studentati, mobilità e servizi nel centro storico. Il sogno sarebbe riportare una facoltà, o meglio un dipartimento umanistico, nel cuore di Chieti. Ho idee su possibili edifici, ma preferisco parlarne prima con il rettore».

E il campus?

«Seguiremo con attenzione il raddoppio del rettorato, un progetto ambizioso che testimonia l’ottimo lavoro dell’ateneo. Richiederà anche una revisione della mobilità e dei parcheggi. Anche per questo considero prioritaria la realizzazione di un nuovo parcheggio davanti all’ospedale».

Dove?

«Sopra via dei Vestini c’è una collina terrazzabile, di proprietà del Comune, che può consentire un intervento importante e utile. Anche questo fa parte di una visione più ampia. Mobilità, parcheggi, servizi: università, ospedale, Chieti scalo, quartieri e centro storico devono tornare a comporre un progetto unificante».  (1/2, segue l’intervista

a Cristiano Sicari)