«Sono un teatino doc. Sono nato, cresciuto e vissuto a Chieti. Ma non mi reputo un campanilista. Credo di aver sviluppato una visione più ampia, per esperienza personale, per interessi e per come mi ha educato la mia famiglia».
«Una famiglia molto riservata, molto chiusa nella serietà e nel rigore che mi ha sempre insegnato. Però era anche una famiglia di grandi vedute, di apertura e libertà di scelta. Le scelte mi sono state lasciate fare, ma sempre con il senso di responsabilità che ognuna di essa comporta».
«Le mattonelle rosse con le macchinine. Erano alla villa comunale, sopra l’ex Gil. Per la mia generazione, quelle erano semplicemente le mattonelle rosse. A Chieti, del resto, tutto ha spesso un nome diverso da quello reale».
«I luoghi hanno nomi ufficiali e nomi che usa la città: dal Pozzo a Piano Sant’Angelo. Anche le persone, spesso, hanno un soprannome che non corrisponde al nome vero. È una caratteristica molto teatina».
«La villa, la Casina dei tigli, i dolci. La domenica si andava al Caffè Vittoria o al Caffè Colombo, i due bar eleganti della città. Il Caffè Colombo era dove oggi c’è la libreria Giunti, un locale molto bello, su due piani. Da bambino ricordo con particolare affetto i tramezzini, perché a casa mia, per il rigore che c’era, non erano una cosa abituale. Erano agognati».
«Le pizzette della Casina dei tigli, i panzerotti. E poi il campo della villa, dove si giocava a basket. Era un luogo di confronto generazionale: i ragazzi più grandi, più forti, noi più piccoli che cercavamo di entrare. Poi c’era il campo del seminario regionale».
«Io appartengo alla generazione che ha vissuto il basket a Chieti nella sua massima espressione, quando era in serie A. Tutti noi abbiamo avuto un passaggio nelle giovanili. Io meno, perché non ero molto bravo. Però quel mondo faceva parte della città».
«Sono stato un pessimo studente. Molto indisciplinato, poco incline ad andare a scuola, svogliato. Ho avuto un approccio sbagliato con la scuola, e questo fece soffrire molto la mia famiglia e mio nonno».
Perché suo nonno?
«Mio nonno era preside del liceo scientifico, un preside storico, un uomo importante nella città e nella mia vita. Nei valori della scuola vedeva tutto. Aveva avuto una storia difficile, di povertà, e aveva studiato con molta fatica. Per questo nutriva un sentimento fortissimo per l’istruzione. C’era anche il dualismo con mia sorella più grande. Lei a scuola era molto brava, di qualità eccelsa».
Che ragazzo era fuori dalla scuola?
«Facevo sport, in particolare il tennis. Sono stato un giovane scapestrato, un po’ strano. Da un lato rigoroso ed educato, perché venivo da una famiglia stringente; dall’altro con una parte di ribellione».
Lo sport arrivava da suo padre?
«Sì. Mio padre era un grande amante dello sport e mi ha sempre invogliato a praticarlo. Per un periodo andavamo anche a correre insieme, ma lui era molto più forte di me e io non riuscivo a stargli dietro».
È ancora sportivo?
«Non sono più uno sportivo. Sono molto legato alla famiglia e alla casa. Ho smesso con molte cose perché cerco di farle bene e, quando vedo che non riesco più a farle al massimo, tendo a lasciarle. Pratico, però, footing».
È un tifoso della squadra di calcio della città?
«Sono stato un grande tifoso del Chieti. Sono molto legato ai colori neroverdi, anche perché mio padre era un tifoso sfegatato, come i miei zii. Ho avuto un cugino, il notaio Tragnone, che è stato dirigente della società. Dopo la sua uscita dal club, abbiamo lasciato un po’ la presa. Ma seguo sempre con grande affetto la squadra. E seguo anche il basket».
Il Centro, in un articolo, definì suo padre «il principe del foro che arringava sussurrando».
«Questa è l’occasione per ringraziarvi ancora. Dopo quell’articolo, mandai un messaggio personale di ringraziamento all’allora direttore del Centro. Ho i brividi a sentirlo ricordare. Papà è stato per me un maestro di professione, ma soprattutto un maestro di vita».
Che cosa le ha lasciato?
«Un’impronta enorme. Era un uomo estremamente lucido, colto, dotato di un’umiltà vera. Era consapevole delle proprie capacità, molto coraggioso, di larghissime vedute e rigoroso. L’ho scoperto bene da grande».
Anche nella professione?
«Sì. Mi ha seguito negli studi, mi ha accompagnato, mi ha dato molta fiducia e mi ha lasciato campo nella professione. È stato un avvocato eccezionale. In un’epoca in cui esisteva ancora l’oratoria forense, della quale era maestro, sapeva tradurla in tecnica e rigore».
Che ricordo conserva del suo rapporto con le persone?
«Aveva un senso dell’umanità elevato. Quando è morto, ho ricevuto messaggi da guardie carcerarie ed ex cancellieri in pensione che mi hanno ricordato la sua gentilezza, la sua umanità, la sua competenza. Questo dice molto».
Torniamo alla sua formazione. L’università?
«Mi sono iscritto prima ad Architettura, dove peraltro non ho bighellonato come avevo fatto fino alle superiori. Volevo essere Le Corbusier. Poi, sulla via di Damasco, sono stato illuminato e ho deciso di fare Giurisprudenza, perché ho provato attrazione per l’attività di mio padre».
Anche suo nonno, Luigi Capozucco, è una figura centrale.
«Mio nonno è stato tante cose. Forse quella di cui andava più orgoglioso era essere stato preside del liceo scientifico per vent’anni. Prese una piccola scuola e la portò a competere con il liceo classico. Era severo, rigoroso, un grande preside. Ricordo che, negli anni Settanta, sui muri del seminario, davanti allo Scientifico, era comparsa la scritta “Kapozucco”. Col “k”. Come allora si scriveva “Kossiga”».
E poi?
«Fu per vent’anni presidente della Cassa di risparmio e portò una piccola banca di provincia a diventare un istituto di credito importante. Poi fu sindaco di Chieti per tre mesi, a metà degli anni Ottanta».
Lei che cosa ricorda di quel periodo?
«Avevo vent’anni. Ricordo il dolore della perdita del nonno, ma anche la partecipazione di una città vicina. Era un uomo stimato, amato, rispettato anche dagli avversari. Per il rigore e la riservatezza della nostra famiglia, soprattutto mia madre volle un funerale in forma privata».
La politica in casa c’era?
«Sì, perché il nonno era un politico ed esponente della Democrazia cristiana. Era anche un uomo di grande cultura. Il mio approccio con i giornali è nato grazie a lui, che leggeva ad alta voce i fondi di Montanelli e Scalfari».
Il primo partito che ha votato?
«Non lo ricordo con certezza. Verosimilmente avrò votato Democrazia cristiana per il nonno, ma non ne sono sicuro. Per un periodo, ripeto, sono stato un po’ leggero».
Il suo modello è un mix tra padre e nonno?
«Me lo auguro per me stesso e per i cittadini di Chieti. Mi ispiro a quel mix, anche se per il valore di entrambi credo sia difficile arrivare a quel livello. Avevano qualità diverse, e non credo di averle tutte. Dico però che, in gran parte, siamo ciò che respiriamo, prima ancora di ciò che facciamo».
Chi le ha proposto per primo la candidatura a sindaco?
«Sono diversi anni che si diceva che avrei potuto fare il sindaco. La persona che, in tempi recenti, lo ha ipotizzato è stata Giovanni Pace (ex presidente della Regione, morto nel 2018, ndr)».
Che rapporto aveva con lui?
«Pace era amico di mio padre, come Nicola Cuccullo, Lelio Scopa e Ulderico De Cesare. Esisteva una Chieti di professionisti e commercianti molto legati tra loro. Con Pace c’era anche un rapporto professionale: è stato commercialista e consulente tecnico del tribunale. I miei primi rapporti con lui nacquero quando ero un giovane praticante».
Perché ha accettato?
«Ho deciso di accettare perché ho maturato la consapevolezza che la città è in grande difficoltà. Mi sono chiesto: “Perché non rimboccarmi le maniche?”. E l’ho fatto anche sapendo che i nostri figli, verosimilmente, non resteranno a vivere qui».
La sua famiglia come l’ha presa?
«Mia figlia l’ha accolta con entusiasmo e preoccupazione. Studia a Pavia e ha vent’anni. Mia moglie era scettica, perché conosce il mio carattere: sa che mi concentro molto su ciò che faccio e non ho la capacità, tipica dei politici, di farmi scivolare le cose addosso».
Non essere un politico è un vantaggio?
«Non la penso così. Dico solo che è una caratteristica che mi definisce. Non avendo l’abitudine alla politica, non uso certi meccanismi e certi linguaggi. E non posso modificare il mio modo di essere».
Il 27,47% del primo turno la soddisfa?
«Sì. Raccogliere un dato simile, in un confronto così sentito, con un antagonista strutturato e capace, è un ottimo risultato. Un risultato che non riguarda solo la mia persona, ma l’intera proposta».
Il primo partito della città è Forza Italia. Significa che Chieti è una città di destra?
«Più che di destra, definirei Chieti una città di area moderata e conservatrice. Ha una matrice fortemente cattolica. Ma va sottolineata anche una grande fetta di astensione, che dimostra come molti cittadini o sono sfiduciati o non sono convinti dalle attuali proposte».
Che cosa le ha detto la premier Giorgia Meloni durante l’incontro che avete avuto a Roma?
«Mi ha detto che avevo davanti una sfida importante contro un avversario forte. Ha espresso fiducia e mi ha incoraggiato a rimanere me stesso».
Al ballottaggio si riparte da zero a zero?
«Sì, è una seconda partita. Ripartiamo con la consapevolezza di quello che c’è stato prima. Io sono pronto a migliorare la mia impostazione e la mia proposta con umiltà».
Oggi (ieri per chi legge, ndr) avete siglato l’apparentamento con la Lega di Colantonio e il polo di Carbone.
«C’è stata sempre apertura verso la Lega. Nel primo turno la Lega ha avuto la legittima aspirazione di non essere così convinta che un candidato civico potesse avere gradimento o capacità. Ora si è giunti a un dato che credo sia abbastanza chiaro e palese».
Alessandro Carbone, a dire il vero, in campagna elettorale è stato tutt’altro che tenero nei suoi confronti.
«Ritengo che alcune rigidità di Carbone fossero legittimate da una propaganda, perché quando uno si presenta come civico credo che abbia bisogno di creare una differenziazione. Alessandro ha dimostrato qualità e capacità di approfondire i temi. Gli ho chiesto di mettere in campo il suo interesse con noi e ha accettato».
Se vince, Colantonio sarà vicesindaco e Carbone presidente del consiglio comunale?
«Sono decisioni rimandate al momento della concretezza. Oggi la questione è costruire un progetto per la città e affrontare il ballottaggio».
Quale sarebbe il suo primo atto da sindaco?
«Verificare la situazione in Comune e lo stato degli uffici. Bisogna capire davvero come stanno le cose e in quali condizioni si lavora».
Le urgenze?
«Riapertura delle scuole, manutenzione degli edifici, organizzazione dei servizi come scuolabus e mense. Sono cose concrete, che incidono sulla vita quotidiana delle famiglie».
Un’altra priorità?
«La priorità assoluta per il futuro è riorganizzare la macchina amministrativa. Servono innovazione tecnologica, digitalizzazione, nuovo personale. Senza una macchina comunale che funzioni, anche le idee migliori restano ferme».
Che città ha lasciato il sindaco Ferrara?
«Una città caratterizzata da disattenzione. Si sono visti asfalti e sfalci elettorali, molti cantieri del Pnrr sono fermi e c’è un evidente impoverimento del centro storico».
Il governatore Marco Marsilio che sostegno le ha dato?
«Il presidente ha fatto tanto per Chieti e mi ha assicurato che permarrà l’impegno della Regione in tutti i campi, a partire da sanità, area industriale e teatro».
Gli universitari possono tornare sul Colle?
«È un obiettivo fondamentale. Serve una sinergia forte con l’ateneo e serve una mobilità adeguata, capace di collegare il centro storico alla zona universitaria anche nelle ore notturne. Servono parcheggi, servizi e la volontà di aprire il campus alla città».
Sono ancora fresche le immagini della rissa a colpi di sedie e bottiglie scoppiata alla Trinità. A Chieti c’è un problema di sicurezza?
«L’episodio recente è un campanello di allarme grave. Indica un degrado complessivo e possibili scontri tra fazioni. Non credo che Chieti sia una città pericolosa, ma il problema va affrontato con attenzione ed equilibrio, senza essere superficiali. Ho massima fiducia nelle forze dell’ordine e nella magistratura».
Il suo piano per Chieti?
«Non esistono ricette magiche. Ma vedo che ci sono problemi. Il centro storico è in gravissima crisi commerciale, pur possedendo un patrimonio monumentale e archeologico eccezionale, che va messo a reddito. Chieti Scalo ha straordinarie potenzialità di sviluppo e infrastrutture come ospedale e università, ma va potenziata per non restare isolata».
Come si tiene insieme la città alta e lo Scalo?
«Con servizi, mobilità, parcheggi, funzioni. Il centro storico deve tornare attrattivo, ma Chieti Scalo non può essere considerata una parte separata o soltanto funzionale. Ha potenzialità importanti e va integrata in una visione complessiva».
Il turismo può essere una leva?
«Sì, ma va costruito seriamente. Dobbiamo mettere in collegamento il teatro Marrucino con l’anfiteatro della Civitella, in termini strutturali, per proporre un festival di rilievo. Serve un ufficio turistico, servono bagni pubblici, serve una segnaletica rinnovata e adeguata. Insomma: non occorre essere sognatori, ma pragmatici».
Si spieghi meglio.
«Chieti deve accettare che non è più centro di uffici e centro di militari. Questa fase è definitivamente conclusa. Il patrimonio museale deve essere integrato con il territorio e con la bellezza paesaggistica che la città offre. Non è un lavoro che si improvvisa. Richiede impegno e professionisti qualificati del settore».
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