«L’offesa politica non è un reato»

Il caso Ari diventa emblematico: l’ex sindaca assolta, criticò l’avversario senza scendere nel personale
ARI. La critica politica è un diritto anche se pungente. In altre parole: non è reato ribattere con toni forti, coloriti, graffianti, ironici, dissacranti e trasgressivi al rivale purché l’attacco non sfoci nel personale e rimanga nei confini del contesto e del ruolo pubblico in cui i due avversari operano.
Torniamo a parlare della sentenza di assoluzione dell’ex sindaca di Ari dall’accusa di diffamazione nei confronti del sindaco attuale perché le motivazioni della sentenza vanno al di là del singolo caso. Cioè può accadere in un qualunque paese d’Abruzzo. La sfida nelle aule di giustizia tra Marcello Salerno, sindaco in carica, ed Elena Di Biase, la ex, difesa dall’avvocato di Chieti Marco Femminella e dall’aquilano Silvio Tarquini, si era conclusa in primo grado con la condanna della seconda che però in appello è stata assolta dai giudici Luigi Catelli, Carla De Matteis e Flavia Grilli. La formula dell’assoluzione è perché il fatto non costituisce reato. All’epoca, Salerno, da esponente dell’opposizione, attaccò la sindaca con un volantinaggio in paese al quale l’ex prima cittadina rispose con un manifesto.
I due, per sintetizzare i fatti, se ne scrissero di cotte e di crude. Ma «la critica politica costituisce attività speculativa che non può pretendersi asettica e che, per sua stessa natura, consente l'uso di toni anche aspri, purché non si trasmodi in attacchi personali che sconfinano nella contumelia o nella lesione della reputazione dell'avversario», scrivono i tre giudici. La critica è un diritto garantito dall’articolo 21 della Costituzione purché non sconfini nelle offese personali.
In questo caso abbiamo a che fare con politici o meglio con amministratori pubblici, quindi, dice la Corte: «Il diritto di critica riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolga in ambito politico, in cui risulta preminente l'interesse generale al libero svolgimento della vita democratica».
Sì, il caso Ari è emblematico perché non esiste paese in cui la politica si faccia con carezze e complimenti. Da Brescello in poi, è così. «La Corte ritiene pacifico che tra le parti fosse in corso una vera e propria polemica politica (come provato dai precedenti volantini del Salerno e dalle risposte - per volantini e manifesti - del sindaco Di Biase) e che dunque non vi fossero tra le stesse particolari ostilità o malanimo personale, al di fuori della dimensione pubblica da ciascuno rivestita».
Arriviamo alla fine della sentenza: «Le espressioni utilizzate dalla imputata (… il carnevale del professore… confonde ceci per fagioli… capriccioso) - pur trattandosi di locuzioni pungenti - si riferivano pur sempre alla sfera pubblica e non alla vita privata del Salerno... l'imputazione ascritta va dunque collocata nell'esimente dell'esercizio del diritto di critica (politica) facendo venire meno la colpevolezza».

