La barista-schiava: costretta a dormire su un divano in cucina e sorvegliata con una telecamera

12 Novembre 2025

Oltre alla palese violazione delle norme su orari e ferie, la vittima non veniva pagata: al lavoro per 18 ore al giorno senza stipendio

CHIETI. C’è un occhio elettronico che la fissa. È una presenza costante, inesorabile. La riprende sempre, anche quando crede di essere sola, nell’unico luogo che dovrebbe essere il suo rifugio, il suo spazio minimo di intimità. La riprende mentre cerca riposo, mentre si cambia, mentre consuma un pasto frugale, mentre combatte la stanchezza di una giornata infinita. La telecamera è installata in un piccolo locale cucina, lo stesso dove, al posto di un letto, c’è il divano su cui è costretta a dormire ogni notte. È una sorveglianza totale, ventiquattro ore su ventiquattro, che non finisce con il turno di lavoro, perché la sua vita, secondo l’accusa, non le appartiene più. Non è la scena di un reality show distopico, né la trama di un romanzo sulla paranoia tecnologica. È il cuore di un’inchiesta della procura distrettuale dell'Aquila che ha portato alla contestazione, per una donna di 43 anni, del reato più infamante e arcaico, un reato che si pensava relegato ai libri di storia: la riduzione e il mantenimento in schiavitù.

L’indagine, scaturita dagli approfondimenti dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, si consuma tra le mura di un bar in un piccolo centro della provincia di Chieti, nell’area pedemontana. In questa ricostruzione i nomi vengono omessi. La scelta è precisa: proteggere la vittima, una donna descritta dagli inquirenti come in un profondo e accertato stato di «inferiorità psichica». Una condizione di fragilità aggravata da un’«assenza di alternative esistenziali validamente percorribili». È su questa doppia vulnerabilità – psicologica ed esistenziale – che la titolare dell’attività, la 43enne indagata, avrebbe costruito un sistema di sfruttamento assoluto, metodico, finalizzato a trasformare un rapporto di lavoro in una «condizione analoga alla schiavitù».

L’articolo 600 del codice penale, evocato dagli inquirenti, non punisce solo la violenza fisica, ma anche quella psicologica. Punisce chi approfitta di una situazione di necessità o di inferiorità per imporre prestazioni lavorative in condizioni di sfruttamento assoluto, tali da compromettere la capacità stessa di autodeterminarsi. Il pubblico ministero Roberta D’Avolio, che coordina l’indagine, elenca una serie di condotte che, messe in fila, dipingono un quadro di soggezione continuativa. La prima, la più evidente, è la fatica fisica. La vittima era costretta a ritmi lavorativi disumani: 15, talvolta 18 ore al giorno. L’orario d’inizio era fissato alle sette del mattino. La chiusura era alle dieci di sera, ma spesso si prolungava fino a mezzanotte. Non esisteva riposo settimanale. Sette giorni su sette dietro il bancone.

Un lavoro incessante, totalmente «in nero». Ma l’aspetto più grave non era solo la palese violazione di ogni norma su orari, ferie, aspettative e sicurezza sul lavoro. Era la paga. Semplicemente, non c’era. Le somme spettanti a titolo di retribuzione, ricostruiscono gli inquirenti, venivano sistematicamente trattenute «con l’inganno». La vittima lavorava senza sosta, ma i frutti del suo lavoro le venivano sottratti. Alla fatica fisica si aggiungeva l’umiliazione logistica e abitativa. La donna non aveva una casa, né una stanza. L’indagata le imponeva «condizioni alloggiative degradanti». Il suo letto era un divano. La sua “camera” era quel «piccolo locale cucina» dove la sua privacy veniva costantemente violata da quella telecamera accesa. Un dormitorio improvvisato che era anche una cella sotto sorveglianza attiva, una sorveglianza che, specifica l’accusa, avveniva «da remoto» e «al di fuori degli ambienti di lavoro».

Un controllo che non finiva mai, progettato per annientare ogni residuo di spazio personale. La costruzione di questo stato di soggezione era metodica e mirava all’isolamento. La vittima era stata scientificamente tagliata fuori dal mondo. Le era stato fornito un telefono cellulare, ma era uno strumento di controllo, non di libertà. Era un telefono «senza ricarica», idoneo soltanto a «ricezione delle chiamate». Impossibile per lei prendere l’iniziativa, chiamare qualcuno, chiedere aiuto, mantenere relazioni esterne. L’isolamento era totale, una bolla progettata per annientare ogni capacità di autodeterminazione, la leva fondamentale su cui si fondava lo sfruttamento della sua debolezza psichica.

C’era, infine, un’ulteriore beffa, un’architettura legale per mascherare l’orrore e garantire l’impunità. Per giustificare l’assenza di un contratto di assunzione regolare, la 43enne avrebbe indotto la vittima a un atto apparentemente incomprensibile: costituire una società. Una società a responsabilità limitata semplificata, legata al bar stesso. In questa società fittizia, la vittima non figurava come dipendente. Figurava, «fittiziamente», come «amministratore unico». Un ruolo di comando solo sulla carta, che in realtà la inchiodava a responsabilità legali e fiscali, completando il meccanismo di controllo e rendendo ancora più difficile per lei percepire la propria condizione di sfruttata.

Era, secondo l’accusa, il paradosso finale: la schiava che, per il sistema, figurava come la titolare. L’indagine, emersa grazie al lavoro dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Chieti che hanno saputo guardare oltre le apparenze di un normale bar di provincia, è ora a una svolta tecnica. La procura, che ha formalizzato la pesante accusa, ha ora necessità di blindare le prove digitali di questo presunto sistema di asservimento. È stato disposto un accertamento irripetibile sul materiale informatico sequestrato durante le perquisizioni.

Sotto la lente dell’ingegnere Davide Ortolano, nominato consulente del pubblico ministero, ci sono anche tre cellulari. Tre dispositivi che potrebbero contenere la cronaca di questa schiavitù moderna. Si cercheranno le prove della sorveglianza remota, le tracce digitali degli accessi alla telecamera puntata sulla vittima. Si cercheranno conferme degli inganni usati per trattenere le retribuzioni, forse attraverso comunicazioni o app bancarie. E si cercheranno, soprattutto, i messaggi che hanno scandito la quotidianità di questa soggezione: gli ordini, le minacce, le richieste, le prove di un controllo psicologico così pervasivo da aver annullato la volontà di una donna, ridotta a un fantasma senza diritti dietro il bancone di un bar.

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