«La casa lavoro esiste Facciamola funzionare»
L’appello del sottosegretario Federica Chiavaroli in visita all’istituto di pena Da Vasto parte la battaglia per l’abolizione delle misure di sicurezza detentive
VASTO. «Se casa-lavoro deve essere, che ci sia lavoro». La senatrice Federica Chiavaroli sottosegretario alla Giustizia visita la struttura carceraria di Torre Sinello, a Vasto, per verificare la fattibilità di un progetto il cui obiettivo è dare effettivamente lavoro ai detenuti. La Chiavaroli è arrivata a Vasto lunedì, e ha visitato a lungo l’istituto di pena. Al suo fianco durante la visita, l’avvocato Cinzia Simonetti, componente dell’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane, e l’avvocato Fabiana Gubitoso, referente dello stesso organismo, oltre a Silvia Ranalli, della Camera penale di Vasto. La rappresentante del Governo e gli avvocati sono stati accompagnati dal direttore della Casa circondariale di Chieti, Giuseppina Ruggiero, dal comandante di reparto, Nicola Pellicciaro, e dal funzionario giuridico pedagogico, Lucio Di Blasio «La casa-lavoro di Vasto è una delle più grandi d’Italia. Ospita detenuti che hanno terminato la pena, ma che hanno bisogno di un ulteriore permanenza nella struttura per un migliore reinserimento. Il lavoro è un tassello fondamentale. Facciamo funzionare la casa lavoro, dando lavoro», dice la Chiavaroli. «Ho visitato la struttura per verificare se è fattibile un progetto che sto elaborando e che darebbe lavoro ad una parte di detenuti», fa sapere il sottosegretario. Nel corso della visita gli avvocati hanno riscontrato una moltitudine di criticità, dovute alla tipologia degli ospiti della casa di lavoro. «Da Vasto partirà una battaglia voluta dall’Osservatorio Carcere per l’abolizione della misura di sicurezza detentiva che, in sostanza, è una variante solo nel nome del carcere a vita», fa sapere l’avvocato Simonetti. «A Vasto», afferma il legale, «abbiamo riscontrato una realtà assurda. La misura di sicurezza detentiva deve essere abolita perché è tale solo nel nome, ma è pena nella sostanza», incalza la Simonetti. Per la collega Fabiana Gubitoso, la questione diventa ancora più grave se si considera che la misura di sicurezza non è correlata alla colpevolezza, ma alla pericolosità sociale. «Non solo è una pena mascherata ma, addirittura, è una pena a tempo indeterminato, il cosiddetto ergastolo bianco», dice la Gubitoso. Nell’istituto ci sono persone malate, invalide con inabilità al lavoro, soggetti con problemi psichici. «Anche se il problema lavorativo venisse superato, non vedrebbero in questa struttura la soluzione al loro reinserimento sociale», assicura l’avvocato Gubitoso.
Paola Calvano

