La città delle Resistenze simbolo di fratellanza

7 Ottobre 2018

Lanciano. Il prefetto Corona: la memoria è un’eredità da custodire 

LANCIANO. Città delle Resistenze. Festeggia così Lanciano i suoi giorni più lunghi, la Medaglia d’oro al valor militare e la storia che riaffiora dopo 75 anni e che allaga gli occhi di commozione. L’anniversario della Resistenza dei martiri ottobrini contro il nazifascismo ha richiamato, ancora una volta, scolaresche, cittadini, associazioni, rappresentanti delle più alte cariche dello Stato, tra cui il prefetto di Chieti, Antonio Corona, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzachiello, sindaci e amministratori dei comuni del comprensorio, Anpi.
La parola Resistenze, in un giorno che ha segnato per sempre la storia frentana, viene usata al plurale consapevolmente e declinata non solo al nazifascismo, ma «a tutte le forme di odio, violenza e discriminazione che agitano l’Europa in questi anni», come sintetizza il sindaco e presidente della Provincia di Chieti, Mario Pupillo. Lanciano diventa così il simbolo di ciò che la memoria può fare ancora dopo 75 anni: unire. E quindi si può anche decidere di erigere, unici in Italia, un monumento alle vittime dimenticate dell’Olocausto del nazifascismo, i rom e i sinti. E si può parlare ancora di amore, condivisione, fratellanza, anche in seguito a un fatto di cronaca efferato che ha portato la città alla ribalta nazionale e ha diviso, scoraggiato e sconvolto gli animi.
«Ci avevano sconsigliato di inaugurare il monumento dedicato alla Samudaripen, il genocidio di rom e sinti, in seguito a un episodio di cronaca così grave (la brutale rapina nella villa dei coniugi Martelli, ndc)», rimarca il sindaco Pupillo, «ma è proprio questo il momento per farlo. È il momento in cui non dobbiamo abbassare la guardia e non dobbiamo cedere ai populismi e agli estremismi che stanno costruendo reticolati in Europa. Nessuna nazione è indenne dalla criminalità dei singoli o organizzata, ma se viviamo nel terrore e nell’esclusione allora avremmo perso due volte».
Il prefetto Corona si rivolge appassionato ai giovani: «Gli errori si commettono affinché non si ripetano più», dice, «proprio perché c’è stato il nazifascismo è nata la nostra Repubblica. La memoria è una eredità che dobbiamo custodire e far rivivere giorno per giorno con l’esempio. Solo così potremo dire che quelle morti non sono state inutili».
Commovente la partecipazione dei bambini. La scuola primaria di Marcianese ha proposto l’inno di Mameli nella lingua dei segni; il comprensivo Mario Bosco ha ricordato il ruolo delle donne nella Resistenza, declamato una poesia sulle giornate del 5 e 6 ottobre e citato ad uno ad uno tutti i martiri ottobrini: Trentino La Barba, Remo Falcone, Nicolino Trozzi, Vincenzo Bianco, Guido Rosato, Achille Cuonzo, Giovanni Calabrò, Raffaele Stella, Adamo Giangiulio, Giuseppe Castiglione, Domenico Solaro e Giuseppe Marsilio. A ognuno di loro i bambini hanno detto grazie. Presente anche una delegazione di docenti del progetto Erasmus della scuola primaria Eroi ottobrini dall’Ungheria, Romania e Turchia che hanno potuto conoscere dal vivo il significato che custodisce il nome della scuola di via Martiri VI Ottobre.
Ma il ricordo più toccante è affidato ad un partigiano, Giovanni Tritapepe, 94 anni, della brigata Trentino La Barba: «Non sapevo che ci fosse una preparazione per attaccare i tedeschi», racconta lucidissimo, la voce che trema e lo sguardo che si vela di ricordi, «ma passando in piazza sentii il rumore delle bombe e subito partii per vedere se c’era bisogno di aiuto. Il mio cuore era sempre stato antifascista, mi ha animato quel sentimento. Avevo rubato delle armi nella caserma lasciata aperta e vuota, ma sono arrivato tardi. Il giorno dopo sapevo che i tedeschi sarebbero tornati. Sono andato col fucile che pesava sotto la camicia alle carceri delle Torri Montanare e accanto a me c’era Vincenzo Bianco, “Biancuccio” come lo chiamavo. Sparavamo senza vedere nulla da dietro le fessure e ho detto: “Biancù, qua ci fregano, io me ne vado”. Lui mi disse: “Mi lasci solo, vigliacco”, e quella parola mi ha perseguitato per tutta la vita. Quando sono tornato ho visto le api che si aggiravano feroci sui loro resti maciullati e no pianto».
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