La fontana su muri del ’600

Spuntano i documenti che smentiscono il Comune: lì c’era un palazzo con 59 stanze
CHIETI. Il Comune scivola sulla fontana, l’opposizione sceglie una protesta goliardica con striscioni in piazza Valignani, il Centro pubblica atti inediti che dimostrano con certezza che le due volte, riaffiorate dagli scavi nel cuore di Chieti, non sono dell’800. Sono pezzi di storia della città. Ma i lavori per realizzare la fontana monumentale, che divide in due i teatini, vanno avanti dopo il via libera definitivo delle archeologhe Lapenna e Riccitelli. Così ieri c’è stata la gettata di cemento per collocare, tra i due cunicoli scoperti negli ultimi quattro giorni, la vasca tecnologica della fontana. Mentre il sindaco, Umberto Di Primio, ha annunciato una conferenza stampa con la Sovrintendenza per spiegare lo scarso valore dei ruderi ottocenteschi. Ma non è così.
Grazie alla preziosa consulenza del professor Giuseppe Francesco de Tiberiis, storico, magistrato e presidente dell’Istituto della storia risorgimentale della provincia di Chieti, siamo venuti in possesso dei documenti storici che pubblichiamo. Sono atti che dimostrano, senza ombra di dubbio, che i reperti riaffiorati sotto la fontana appartenevano a un palazzo con 59 stanze che nel 1875 (vedi la pianta nel documento numero 1) era ancora presente alla fine del primo tratto di corso Marrucino. L’immobile però era molto più antico. La sua forma era a cuneo, sui due lati aveva via De Lollis e via Pollione. In pratica dall’ingresso del teatro non era possibile vedere il palazzo arcivescovile.
Passiamo al documento numero due che è il vero scoop di questa storia: si tratta del disegno del palazzo eseguito dall’agrimensore Panfilo Frontone nel 1747. Fu fatto allora perché si era appena perfezionata una vendita dell’edificio. Dal disegno emergono le sue dimensioni considerevoli. Il documento è custodito nell’archivio dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti che all’epoca era diventata proprietaria del palazzo.
Il terzo atto quindi è l’inventario dei beni dell’Arciconfraternita – redatto da Gennaro Ravizza – che possedeva 65 immobili. Infine il quarto documento storico che è il frontespizio dell’eccezionale storia del palazzo. Eccola: il 9 luglio del 1742, davanti al notaio Brunetti dell’Aquila, il Sacro Monte dei Morti acquista l’immobile, chiamato “Palazzo del pozzo” da Giuseppe Bossi, un mercante del Nord trasferitosi a Chieti. Lo paga ottomila ducati. Il palazzo era enorme: aveva 59 stanze, otto delle quali erano sottoterra e rappresentavano gli scantinati collegati da cunicoli, quelli appunto rinvenuti nel cantiere della fontana. A piano terra erano presenti delle botteghe, tra cui un forno. Nel piano di mezzo c’era invece un grande appartamento con la bellezza di 25 stanze mentre le finestre erano in totale 36. Infine c’erano anche due ampie cisterne d’acqua.
«Possiamo però presumere che il palazzo fosse come minimo del 1600», dice de Tiberiis commentando gli atti, «perché i mercanti del Nord, come Bossi o Zambra, vennero a Chieti tra il 1500 e il secolo successivo». E’ probabile però che Bossi, caduto in disgrazia, avesse deciso di vendere il prestigioso immobile all’Arciconfraternita andando a stipulare l’atto all’Aquila per non farlo sapere in città. Sempre sfogliando gli atti si scopre che nel 1742 il Sacro Monte dei Morti acquista anche le botteghe mentre nel 1790 dà in enfiteusi il palazzo a tal Giuseppe Sarro mantenendone la nuda proprietà. Le botteghe invece vengono concesse ai teatini Celestino Di Nicola, Giustino Marino e Giustino D’Attilio. Così, fino al 1885, si chiamerà palazzo Sarro. Ma quell’anno il Comune l’espropria per abbatterlo e realizzare il prolungamento del Corso. Fa però un errore: paga solo Sarro, e l’Arciconfraternita lo porta in tribunale. Che storia!

