«La lingua italiana? Gode di un’ottima salute»

CHIETI. Lo stato di salute della lingua italiana? Ottimo. Ne è convinto Giuseppe Patota, professore ordinario di Linguistica italiana a Siena e accademico della Crusca, che ieri ha tenuto alla d’Annun...
CHIETI. Lo stato di salute della lingua italiana? Ottimo. Ne è convinto Giuseppe Patota, professore ordinario di Linguistica italiana a Siena e accademico della Crusca, che ieri ha tenuto alla d’Annunzio la conferenza “Lezione di italiano: le ragioni di un libro”, come si intitola la sua ultima pubblicazione. Un appuntamento che rientra nell’ambito dei corsi di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana dei professori Pierluigi Ortolano ed Emiliano Picchiorri. «Non vedo peggioramenti nell’uso della lingua», afferma Patota, «è un luogo comune, del resto non nuovo: basta leggere saggi pubblicati 40 o 50 anni fa, nei quali si scrivevano cose come “Non si studia più” o “Non si scrive più come una volta”. Diciamo che i “laudatori del buon tempo antico” ci sono sempre stati. L’italiano viene utilizzato da alcuni più e da altri meno correttamente, ma sicuramente viene usato di più: basti pensare alla percentuale di persone che fino all’ultimo quarto del secolo scorso si esprimevano solo in dialetto. Se aumenta quantitativamente l’uso della lingua, aumenta anche il numero di coloro che la usano male. Ma credo che comunque oggi l’italiano goda di ottima salute e che non sia minacciato dall’uso degli anglismi che in tanti temono».
Patota ha impostato la lezione dal punto di vista storico e tecnico, parlando di “grammatica” e “grammatiche”, sottolineando come “grammatica” indichi sia il complesso delle regole sia il libro in sé: si usa dire infatti “Prendi la grammatica” ma non “Prendi la storia”. E, a proposito di grammatiche, ne ha suggerite due particolarmente importanti: “Grammatica italiana” di Luca Serianni e “Le regole e le scelte” di Michele Prandi. Tra le caratteristiche dell’italiano ha poi evidenziato la sua maggiore flessibilità rispetto ad altre lingue, con maggiori possibilità di scelta tra termini più comuni e altri desueti, come ad esempio “obbedire” o “ubbidire”. «I linguisti non sono magistrati che assolvono o condannano», sintetizza l’accademico, «potremmo forse dire che sono più vicini ai meteorologi: dicono “che lingua fa”».(a.rap.)
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