aggressione razziale

La mamma di Mayky: «Da giorni viviamo un incubo. Ora temo per la mia famiglia»

10 Settembre 2026

Le parole della madre del cuoco di origini dominicane picchiato dal branco fuori dal locale

«Non mi sarei mai aspettata che potesse accadere qualcosa di simile, non lo auguro a nessuno»

FRANCAVILLA

«Un incubo. In questi giorni stiamo vivendo un incubo. Noi genitori ci preoccupiamo sempre per i nostri figli, ma quando sai che sono fuori a lavorare, vai a dormire tranquillo. Poi ti arriva una telefonata alle 2: “Mamma, mi hanno picchiato. Sono in pronto soccorso”. Io non auguro a nessuno di provare quello che stiamo passando noi oggi». Regina Sanchez Heredia è la madre di Mayky, il cuoco di origine dominicana vittima di una brutale aggressione venerdì scorso, al ristorante Dettagli di Francavilla. È la storia di un baby branco – almeno cinque ragazzi, di cui alcuni minorenni – e di una violenza senza spiegazioni, se non – apparentemente – quella dell’odio razziale. Per di più, avvenuta sul posto di lavoro di Mayky. Per la famiglia Sanchez Heredia, che vive in Abruzzo da quasi vent’anni, è stato uno choc. «Non avremmo mai pensato che potesse succedere qualcosa del genere. Mai. Qui ci siamo sempre sentiti a casa», racconta questa madre lacerata dal dolore e inquieta per le sorti della sua famiglia. La vita, teme, d’ora in poi potrebbe non essere più la stessa di prima.

Regina, quando siete arrivati in Abruzzo?

«Nel 2008. Io avevo circa trent’anni, Mayki ne aveva nove».

Lei che lavoro fa?

«Sono una oss (operatrice socio-sanitaria, ndr)».

Ha mai avuto problemi qui?

«Nessuno. In Abruzzo siamo sempre stati benissimo. Ho fatto diversi lavori nel corso degli anni e sono sempre andata d’accordo con tutti, dai colleghi ai clienti. Anche a scuola, nel rapporto con i genitori dei compagni di classe dei nostri tre figli (due sono le sorelle minori di Mayky, di 15 e 9 anni, ndr), ci siamo sempre trovati bene».

Anche per questo la sconvolge così tanto ciò che è accaduto a suo figlio?

«Non ce lo saremmo mai aspettati. Mio figlio è un ragazzo tranquillo, educato. È così che l’ho educato io. Dovunque Mayky sia andato, ha lasciato un bellissimo ricordo. Tutti gli vogliono bene».

Non ha mai avuto problemi con altri ragazzi?

«Mai. In classe, nella squadra di calcio dove giocava: si è sempre integrato benissimo ovunque. Tutti i suoi amici sono italiani. Lui stesso si sente più italiano che dominicano».

In questi giorni cosa le ha detto Mayky?

«Mio figlio è ferito, traumatizzato. Mi ha detto che sente l’Italia come casa sua. “Mamma, il mio cuore è italiano, io mi sento italiano. Non avrei mai creduto che mi potesse succedere una cosa del genere”. È un momento bruttissimo per tutti noi».

Lei come si sente?

«La notte non riesco a dormire. Quando chiudo gli occhi, ripenso al filmato delle videocamere di sorveglianza che hanno ripreso l’aggressione».

Ha visto il filmato?

«Ho insistito con i proprietari del ristorante per vederlo. Oggi posso dire che avrei preferito non averlo fatto».

Deve essere stato scioccante.

«Le immagini sono terrificanti, perché si vede un livello di violenza inspiegabile. Mio figlio si allontana dal ristorante, dalla parte opposta rispetto a dove si trova il tavolo con gli aggressori. Loro lo insultano, lui tira dritto.

E poi?

«A quel punto il gruppetto di ragazzi si alza, continua a insultarlo. Mayky chiede spiegazioni e loro vengono subito alle mani (la voce si fa tremante, sospira, ndr)».

Si prenda il tempo che serve.

«Solo a riparlarne, mi viene la pelle d’oca. Una violenza del genere, con così tanta cattiveria, non l’avevo mai vista prima».

Oggi è preoccupata per la sua famiglia?

«Certo che abbiamo paura. Tutti ce l’abbiamo. Mayky si era trasferito a Francavilla per il lavoro: ora vorremmo che tornasse da noi qui a Chieti. Le sue sorelline gli dicono: “Non andare, non andare lì”. Piangono, hanno paura che quella gente lo stia aspettando per fargli di nuovo del male. Prima ero serena: oggi se penso a loro due, a Mayky o a mia nipote fuori di casa, non riesco più a essere tranquilla».

In vent’anni qui in Italia non vi era mai successa una cosa del genere. Pensa che i tempi difficili in cui viviamo abbiano “incattivito” le nuove generazioni? Si è chiesta come è potuto accadere?

«Noi ai nostri figli abbiamo dato un’educazione. La prima cosa che abbiamo insegnato loro è che bisogna avere rispetto per gli altri, che non va fatto a nessuno ciò che non vorresti che venisse fatto a te. Quello che vedo è che c’è una generazione che non ha più rispetto nemmeno per i propri genitori. Non ha rispetto per nessuno. Secondo lei, è possibile che nel 2026 uno debba uscire di casa preoccupato di essere insultato, aggredito solo per il colore della sua pelle?».

Questa vicenda cambierà il vostro rapporto con l’Italia?

«Io e una mia amica stiamo portando avanti un’associazione italodominicana, perché è così che ci sentiamo: metà italiani e metà dominicani. L’Italia ci ha accolto bene, qui abbiamo fatto crescere i nostri figli. Anche per questo siamo sconvolti: non pensavamo di poter essere vittime di un atto così violento in un posto che per noi è casa».

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