Morto dopo la caduta dal tetto: va a processo il datore di lavoro

La vittima Manuele Salerno, 46 anni, di Orsogna, stava smantellando una copertura in amianto L’operaio si spense 4 mesi dopo. La moglie Romina: «Sicurezza non rispettata, vogliamo giustizia»
ORSOGNA. Morì in ospedale quattro mesi dopo la caduta dal tetto di un capannone industriale sul quale stava lavorando. Per la morte di Manuele Salerno, 46 anni di Orsogna, il Gup del tribunale di Lanciano Giovanni Nappi ha rinviato a giudizio il datore di lavoro, Lorenzo Fosco, 65 anni di Canosa Sannita, legale rappresentante e responsabile del servizio di prevenzione e protezione aziendale della ditta Eurocoperture srl di Orsogna, specializzata in smantellamento d’amianto.
Il processo inizierà il 30 aprile dinnanzi alla giudice Maria Teresa Pesca. L’incidente avvenne la mattina del 17 giugno 2021. Salerno era impegnato, assieme ad altri due colleghi, nella rimozione e bonifica della copertura in amianto dell’opificio Vecere in località Paglieroni, nella zona industriale di Treglio. La dinamica dell’incidente è ricostruita nel verbale del Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro (Spsal): durante lo spostamento manuale di una delle lastre oggetto di rimozione, l’operaio, camminando, avrebbe calpestato una parte della stessa copertura non portante e, data l’incapacità di quest’ultima di sostenere il suo peso, sarebbe scivolato all’interno di un’apertura creatasi sotto i suoi piedi precipitando dall’altezza di sei metri nel vuoto. L’impatto sul pavimento sottostante era stato fortissimo, ma Salerno rimase miracolosamente in vita. Trasportato con l’elisoccorso a Chieti, venne ricoverato in Rianimazione, in prognosi riservata. Il 46enne rimase al Santissima Annunziata per due mesi prima di venire trasferito, il 17 agosto, all’ospedale di Padova, dove subì un importante intervento chirurgico di ricostruzione della trachea. Gli sforzi del personale sanitario non bastarono però a salvargli la vita: il 23 ottobre Manuele morì.
«Come accertato dall’autorità competente, Manuele e i suoi colleghi stavano lavorando senza le indispensabili misure di protezione e prevenzione per svolgere un lavoro di questo genere», dichiara Gianni Di Marcoberardino, responsabile della sede Giesse di Montesilvano a cui i familiari della vittima si sono rivolti, «operavano in quota senza alcun sistema di protezione anticaduta adeguatamente predisposto». Sempre secondo lo Spisal, il datore di lavoro avrebbe omesso di attuare quanto previsto nel piano operativo di sicurezza. «Manuele si è spento dopo quattro mesi di agonia», commenta la moglie Romina, «ora sono sola con tre figli adolescenti a causa dell’ennesimo incidente sul lavoro che si sarebbe potuto evitare rispettando le più elementari misure di sicurezza. Quello che vogliamo è ottenere giustizia».
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