Morto per uno sparo sulla nave, l’udienza-verità fissata a maggio

10 Febbraio 2023

La vicenda di Giuseppe Gelsomino, 21 anni, già archiviata una volta dal gup del capoluogo pugliese Ma la famiglia rigetta l’ipotesi del suicidio: «Tanti dubbi ancora da chiarire: dalla pistola al telefonino»

LANCIANO. Ci sarà il 18 maggio l’udienza in cui il giudice del tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, deciderà se archiviare definitivamente o meno, il fascicolo relativo alla morte di Giuseppe Antonio Gelsomino, il 21enne marinaio di seconda classe di Lanciano trovato senza vita la mattina del 6 agosto 2021, per un colpo d’arma da fuoco alla testa, nella sala mensa della nave Staffetta ormeggiata a Brindisi, sulla quale era imbarcato da un anno. È la seconda volta che il caso approda dinanzi al giudice per le udienze preliminari. Il 20 ottobre 2022, infatti, il magistrato accolse l’opposizione all’archiviazione avanzata dalla legale della famiglia, Daniela Giancristofaro, restituendo gli atti alla Procura chiedendo nuove indagini. La famiglia infatti non crede che Giuseppe, che aveva una vita intera davanti ancora piena di sogni e progetti, si sia suicidato come sostiene la Procura. Dopo neanche di due mesi di indagini invece è arrivata la doccia fredda: il procuratore Pierpaolo Montinaro ha chiesto di nuovo l’archiviazione.
E di nuovo l’avvocatessa Giancristofaro ha fatto opposizione perché le integrazioni chieste sul telefono di Giuseppe e una testimonianza, non hanno sciolto i dubbi. «È stata fissata ora l’udienza al 18 maggio», spiega l’avvocatessa, «e lì capiremo che elementi ha la Procura per chiudere il caso. Noi spiegheremo perché invece va riaperto visto che tutti i dubbi emersi fin dalla scoperta del corpo di Giuseppe non sono stati chiariti. Chiederò indagini a tutto campo, non soffermandosi solo sull’istigazione al suicidio, e bisogna aprire il telefono di Giuseppe: per noi resta un elemento chiave. Sono stati visti solo i tabulati telefonici, ma noi vogliamo vedere i messaggi, i WhatsApp che usava». E poi i dubbi che nessuno riesce a spiegare, come l’assenza di impronte su pistola e caricatore. «Chi ha preso la Beretta, che non era in dotazione al marinaio e prenderla non era facile, perché sotto chiave, e il suo caricatore?», si chiedono l’avvocatessa e la famiglia. «Chi ha sparato e poi pulito arma e caricatore? Qualcuno che indossava i guanti? Gelsomino non li aveva e quindi se si fosse veramente tolto la vita le sue impronte sarebbero state trovate. E il telefono: perché metterlo in carica se la si voleva fare finita?».
Troppe domande senza risposta. «Noi vogliamo invece delle risposte chiare, mio figlio non si sarebbe mai suicidato», dice Paolo Gelsomino, papà di Giuseppe che ha aperto una pagina Facebook “In ricordo di Giuseppe Gelsomino”, per non far cadere il caso nel dimenticatoio, ma soprattutto per mantenere vivo il ricordo di un ragazzo di 21 anni che ha visto sogni e progetti infrangersi per sempre su una nave della Marina militare.
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