Ortona e Lanciano unite nel nome di San Francesco

Nel 1427 San Giovanni da Capestrano portò al Lodo tra le due città in guerra
ORTONA
«Per opera di San Giovanni da Capestrano, i lancianesi e gli ortonesi, belligeranti, fecero la pace». È la traduzione dal latino della frase che corre lungo la base di un affresco custodito nella chiesa di Sant’Antonio di Padova, a Lanciano. Sopra quell'iscrizione, il pittore Paolo Rivetta ha immortalato nel 1976 il momento della riconciliazione: al centro, un frate francescano mostra una pergamena; ai suoi lati, sotto i rispettivi vessilli, sono schierati lancianesi e ortonesi. Ai piedi del religioso giacciono lance, balestre e scudi: le armi di una guerra che ha seminato morte per generazioni. Un mostro infernale sputa ancora fuoco, quasi fosse l’ultimo sussulto di un odio difficile da estinguere. È il Lodo di pace tra Lanciano e Ortona, uno degli episodi più significativi della storia abruzzese. Il protagonista è Giovanni da Capestrano, il francescano che riuscì dove sovrani, giudici ed eserciti avevano fallito: convincere due comunità nemiche a deporre le armi. Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta nel 1226, quella scena acquista un significato particolare. Perché racconta come l’eredità del poverello di Assisi abbia trovato concreta espressione nell’opera di un suo seguace, capace di trasformare la predicazione in uno strumento di riconciliazione. Non una pace astratta, ma un accordo fra uomini che da quasi due secoli si combattevano per interessi economici, privilegi e supremazia territoriale. Una rivalità destinata a sopravvivere nei secoli, assumendo col tempo i contorni del campanilismo, ma che allora si misurava in sangue versato.
Per comprendere le ragioni di tanto accanimento bisogna tornare al Medioevo, quando Lanciano era uno dei principali centri commerciali del Regno di Napoli, grazie alle sue fiere capaci di richiamare mercanti da terre lontane. Ortona, invece, possedeva una risorsa strategica: il porto. Per raggiungere i mercati frentani, uomini e merci transitavano proprio attraverso lo scalo ortonese, con il conseguente pagamento di dazi e tributi. Un rapporto di reciproca convenienza che nascondeva però un conflitto di interessi. Lanciano aspirava a un accesso autonomo al mare, Ortona intendeva difendere i privilegi economici derivanti dal controllo dei traffici marittimi. La tradizione storica individua l'origine della contesa nella notte del 4 ottobre 1250, quando una nave lancianese ormeggiata nel porto di Ortona venne incendiata. Lanciano pretese il risarcimento dei danni e la consegna dei responsabili, ma le richieste rimasero senza risposta. L’anno successivo gli ortonesi ostacolarono lo sbarco delle merci destinate alle fiere lancianesi. La rappresaglia non tardò: i lancianesi attaccarono Ortona, incendiarono le porte cittadine e fecero prigionieri alcuni abitanti. Il 24 gennaio 1252 arrivò una prima pace, accompagnata da risarcimenti, liberazione degli ostaggi e agevolazioni commerciali. Ma era soltanto una tregua. La questione riesplose nel secolo successivo. Nel 1321 Lanciano ottenne privilegi che sottraevano i suoi mercanti all’obbligo di utilizzare il porto ortonese. Le galee di Ortona reagirono assalendo imbarcazioni mercantili lungo la costa, nei pressi di Francavilla. La città frentana cercò allora una soluzione definitiva: costruire un proprio porto a San Vito.
Nel 1365 arrivò l'autorizzazione della regina Giovanna I, seguita dal permesso di realizzare una fortificazione a difesa dell’approdo. Era la prospettiva che Ortona temeva maggiormente. Perdere il monopolio portuale significava rinunciare a una parte consistente delle entrate e del proprio peso commerciale. Cominciò così un lungo braccio di ferro, complicato dalle contrapposizioni dinastiche tra Angioini e Aragonesi, dalle alleanze politiche e dalle decisioni spesso contrastanti dei sovrani. Nel 1395 re Ladislao vietò ai lancianesi di proseguire i lavori del porto, divieto ribadito dieci anni dopo. Lanciano non rinunciò al progetto e nel 1421 ottenne da Alfonso d’Aragona una nuova autorizzazione a costruire lo scalo e la rocca. A quel punto la contesa aveva ormai assunto i caratteri di una guerra vera e propria. Gli scontri si susseguivano, le spedizioni punitive colpivano uomini e infrastrutture, le vendette alimentavano nuove vendette.
Le cronache raccontano di un’imboscata nei pressi del fiume Feltrino, dove alcuni ortonesi furono catturati dai lancianesi e sottoposti a terribili mutilazioni. A sette prigionieri, secondo una delle ricostruzioni tramandate, sarebbero stati tagliati il naso e le orecchie. La vulgata popolare lancianese ha conservato una versione ancora più macabra: quelle parti del corpo sarebbero state murate in una colonna lungo l'attuale corso Roma. Un'altra leggenda racconta che per impastare la malta della colonna fosse stato utilizzato addirittura il sangue degli ortonesi uccisi. Neppure da parte ortonese mancavano racconti di crudeltà: sette lancianesi catturati per rappresaglia sarebbero stati decapitati e le loro teste sepolte nelle fondamenta di una torre nei pressi della basilica di San Tommaso. Episodi nei quali storia e leggenda si intrecciano, restituendo comunque la misura dell’odio che divideva le due popolazioni. Gli ortonesi organizzarono anche spedizioni navali contro il porto di San Vito, distruggendo fortificazioni, catturando imbarcazioni e uccidendo avversari. La guerra finì per coinvolgere anche altre città abruzzesi. Sulmona, schieratasi a sostegno di Lanciano, subì la rappresaglia di Ortona, che sequestrò ai sulmonesi tutti i beni posseduti nei territori di Ortona e Francavilla. Nemmeno l’intervento della Corona riuscì a fermare le ostilità. Nel 1423 Alfonso d’Aragona convocò i rappresentanti delle due città nel tentativo di raggiungere un’intesa. Nell’ottobre 1425 la regina Giovanna II ordinò agli ufficiali abruzzesi di impedire nuove rappresaglie. Ma i provvedimenti non bastarono. La contesa sopravviveva alle sentenze, ai divieti e alle minacce, perché nessuno dei contendenti era disposto a riconoscere le ragioni dell’altro.
Fu in questo scenario che entrò in scena Giovanni da Capestrano. Nato nel 1386, giurista prima di abbracciare la vita religiosa, discepolo di Bernardino da Siena e figura di primo piano dell'Osservanza francescana, possedeva due qualità decisive: la conoscenza del diritto e una straordinaria capacità oratoria. Non si limitò a invocare la pace. Studiò la controversia, affrontò gli interessi che dividevano le città e cercò di disarmare, prima ancora delle mani, le coscienze. Il 6 dicembre 1426 raggiunse Lanciano. Le sue prediche richiamarono folle numerose e riuscirono a incrinare le resistenze di una comunità esasperata da generazioni di scontri. La tradizione narra che i lancianesi, conquistati dalla sua parola, si dichiararono pronti ad affidargli il destino della città, della torre e del porto di San Vito. Per coinvolgere Ortona, il francescano inviò il confratello Roberto, che convinse i rappresentanti ortonesi ad aprire un negoziato. Il 14 febbraio 1427 le delegazioni raggiunsero l’accordo sui capitoli del trattato.
Tre giorni più tardi, il 17 febbraio, nella basilica di San Tommaso Apostolo a Ortona, Giovanni da Capestrano proclamò solennemente il Lodo di pace. Davanti alle autorità, ai rappresentanti delle comunità e a una moltitudine di cittadini, la parola prese finalmente il posto delle armi. Il documento stabiliva un nuovo equilibrio fra le due città, riconoscendo reciproci diritti e privilegi e cercando di superare le ragioni economiche della guerra. Non si trattava soltanto di interrompere le ostilità, ma di costruire le condizioni perché non ricominciassero. Il francescano volle che quella riconciliazione lasciasse anche un segno tangibile. Le due comunità si impegnarono a realizzare altrettanti insediamenti religiosi dedicati alla pace. A Lanciano sorse il complesso di Sant’Angelo della Pace, oggi chiesa di Sant’Antonio di Padova; a Ortona venne fondato il convento di Santa Maria della Pace. Due testimonianze materiali di un accordo che, attraverso la presenza francescana, avrebbe dovuto continuare a parlare alle generazioni successive. La pace, però, non cancellò definitivamente la rivalità. Già nel 1433 riaffiorarono i contrasti e nel 1441 il lodo venne annullato da Alfonso d’Aragona, che riconobbe a Lanciano nuovi privilegi sul porto di San Vito. Negli anni successivi tornarono le ostilità, alimentate anche dalle contrapposizioni politiche del Regno. Eppure, quel 17 febbraio 1427 rappresentò una svolta, un nobile precedente: dopo decenni di violenze, due comunità nemiche avevano accettato di sedersi allo stesso tavolo e riconoscere nella mediazione una strada alternativa alla guerra.
Oggi, a distanza di sei secoli, Lanciano e Ortona continuano a ricordare annualmente quel patto, ogni 17 febbraio, coinvolgendo istituzioni e nuove generazioni. E l’affresco di Rivetta, con il francescano che solleva il documento sopra le armi abbandonate, ne custodisce il significato più profondo. È una pagina nella quale lo spirito di Francesco d’Assisi diventa storia del territorio: la dimostrazione che perfino un odio sedimentato nei secoli può essere contrastato dalla forza della parola.
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