Chieti

Privacy violata, 50 denunce all'Università d'Annunzio

Anche Napoleone si rivolge alla procura contro il successore Del Vecchio. Il direttore generale accusato di aver reso pubblici i dati su compensi extra

CHIETI. Scaduti i termini previsti dalla legge per la presentazione delle querele, il direttore generale dell’ateneo “d’Annunzio”, Filippo Del Vecchio, si ritrova con oltre 50 denunce a suo carico depositate sia alla Procura di Chieti che a quella di Pescara da altrettanti dipendenti dell’ateneo teatino-pescarese. Tra di esse c’è anche quella firmata dall’ex direttore generale, Marco Napoleone. A quanto ci risulta, sono arrivate 5 denunce tramite il sindacato Cisal, 18 attraverso la Cgil, 19 da parte di due avvocati che tutelano gli interessi dei cel (sigla che sta per collaboratori ed esperti linguistici), 5 tramite un altro avvocato di Lanciano e altre 4 attraverso altri singoli legali. L’episodio che ha provocato questo del tutto inusuale e massiccio ricorso alla carta bollata risale all’anno scorso. Il 6 ottobre, infatti, il dg ha fatto pubblicare sul sito istituzionale Ud’A un documento chiamato “Analisi utilizzo fondo accessorio 2001-2013” che conteneva la lista di 113 nomi che, secondo Del Vecchio, avrebbero percepito in maniera non regolare lauti compensi nel corso della precedente gestione universitaria, quella che uno striscione di protesta contro le decurtazioni salariali sancite da Del Vecchio, definiva come il “paradiso Napoleone”. Citazione, quest’ultima, fatta anche dallo stesso Del Vecchio nel documento pubblicato sul sito internet. E forse proprio questa citazione spiega il senso della pubblicazione, vista come un modo per svelare gli altarini del “paradiso Napoleone”. Comunque, per assicurarsi che tutti potessero venire a conoscenza del documento di “analisi”, Del Vecchio ha pensato bene di spedire tramite mail il contenuto del file, inviandolo a tutti i 750 docenti e i 340 lavoratori di area tecnico- amministrativa dell’università. Più di 50 dei 113 si sono sentiti diffamati, hanno sporto querela, e hanno anche firmato un esposto al Garante della privacy. Nel documento vi erano riportati nome e cognome dei 113 dipendenti e la cifra dettagliata di quanto avevano percepito all’epoca del “paradiso Napoleone”. Non c’era scritto, però, per quale ragione avevano avuto quei soldi che a una prima analisi potevano apparire in più. Ed è quello che molti contestano, oltre alla violazione della privacy. Diversi dipendenti, infatti, avevano lavorato con carichi di lavoro maggiorati e per questo motivo avevano percepito legittimamente stipendi più alti. In altri casi, invece, ci sono veri e propri errori materiali nelle cifre riportate. Cifre che lo stesso direttore generale aveva detto che non erano state verificate, ma nonostante questa ammissione sono state pubblicate lo stesso. Il dg, da parte sua, si sarà sentito pienamente legittimato dalla legge sulla trasparenza a pubblicare nomi e cifre dei compensi, trattandosi di rendicontazione di soldi pubblici.

Arianna Iannotti