Quello sciopero di 40 giorni contro 400 licenziamenti

Un cartellone su viale Cappuccini ricorda proteste e cortei Giancristofaro: fu una fase di civismo e lotta contro le ingiustizie
LANCIANO. Del tabacchificio non c’è più traccia ormai da 18 anni. Al suo posto oggi, impressi nella memoria della città, ci sono la storia e l’esempio delle sue operaie. Donne che hanno lottato e difeso per il loro posto di lavoro e i loro diritti. Arriva dopo 50 anni il riconoscimento ufficiale alla grande protesta delle tabacchine che mobilitarono l’intera città scrivendo una pagina memorabile di civismo e solidarietà. «Da allora non ho più visto quella solidarietà e partecipazione nella mia città», dice Emiliano Giancristofaro, all’epoca cronista, «dopo la rivolta del 5 e 6 ottobre, quella delle tabacchine è l’unica espressione di civismo e di lotta contro le ingiustizie che Lanciano ricordi».
Era il maggio 1968 quando la dirigenza dell’Azienda tabacchi italiani (Ati) annunciò 400 licenziamenti a Lanciano. Le tabacchine scesero in strada e occuparono lo stabilimento per 40 giorni, rimanendo anche a dormire in fabbrica. Oggi al suo posto, in viale Cappuccini, sorge un grande complesso residenziale che ha cancellato ogni traccia di memoria. Da qui l’idea - partita dall’associazione L’Altritalia e dalla compagnia Il Piccolo Resto e sposata da Comune e Anpi - di mettere due pannelli illustrativi (in realtà al momento ce n’è uno per un errore della ditta di Piacenza a cui sono stati commissionati) che attraverso parole e immagini ripercorrono la storia dello stabilimento e la rivolta delle sue operaie.
«La città ricorda le tabacchine che hanno combattuto per la loro famiglia, per costruire un futuro per i propri figli», dice il sindaco Mario Pupillo, «il tabacchificio era il simbolo della Lanciano industriale, città moderna e innovativa, ed erano le donne a gestire questo spazio». Di loro, delle tabacchine, sono rimaste ormai poche rappresentanti. Fiere e orgogliose, 50 anni dopo si prendono l’abbraccio della città Iolanda Cardinelli, Domenica, Liberata Trozzi, Nella D’ottavio, Angela Bomba, Adelina Di Matteo e Maria De Virgiliis. «Non rimpiango quello che abbiamo fatto, anzi sono orgogliosa perché altrimenti saremmo morte di fame», dice Angela Bomba, che ha lavorato all’Ati fino a 56 anni, «i sindacati ci hanno sostenuto, noi non sapevamo niente. Combattenti come Nicolino Stella ed Ersilia Cascinelli ci hanno guidato, noi abbiamo avuto fiducia in loro e abbiamo salvato il posto». «Il mio lavoro mi ha dato l’indipendenza economica, grazie ad esso ho fatto studiare due figli all’università, ma non era un lavoro facile», aggiunge Iolanda Cardinelli, 79 anni, «quando entravamo in un negozio il commento era dispregiativo: “Che puzza di tabacco”. E nei giorni dello sciopero e della rivolta ci appellavano con brutte parole. Ma lo rifarei, oggi più che mai visto che vivo l’esperienza di un figlio rimasto disoccupato».
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