Rischia di restare senza farmaco salvavita, il caso a Chieti

Cinque anni fa è sopravvissuto a uno shock anafilattico e la Asl gli ha prescritto una terapia. La stessa azienda ora gli comunica di rivolgersi ai produttori del medicinale: «Situazione paradossale»
CHIETI. Un documento dell’ospedale definisce la terapia «indispensabile e insostituibile per la vita del paziente». Eppure oggi chi ne ha bisogno rischia di non poterla più ricevere attraverso il servizio sanitario. È la vicenda di un cittadino frentano, 60 anni, sopravvissuto cinque anni fa ad uno shock anafilattico dopo la puntura di un calabrone e da anni seguito dal Centro di Allergologia e Immunologia Clinica dell’ospedale di Chieti. La sua è una profilassi desensibilizzante contro il veleno degli imenotteri, l’unico trattamento in grado di prevenire nuove reazioni potenzialmente fatali.
Lo scrive la stessa Asl in una richiesta inviata il 16 luglio dal Servizio di Allergologia alla Farmacia ospedaliera: il farmaco è «l’unico presidio terapeutico in grado di prevenire ulteriori episodi di anafilassi», precisando che il trattamento è «indispensabile ed insostituibile per la vita del paziente» e riveste «caratteri di estrema urgenza». Ma, dal momento che la spesa per il farmaco non può più essere sostenuta dalla Asl, l’uomo si è sentito rispondere di scrivere direttamente all’azienda produttrice del medicinale, la Anallergo spa, con sede in provincia di Firenze, allegando, ad adiuvandum (“per aiutare”), il parere Asl.
L’uomo cinque anni fa era stato punto da un calabrone mentre era intento a cogliere le olive nel suo terreno. Solo grazie alla lucidità e al sangue freddo delle figlie è riuscito a salvarsi. «Sono svenuto e da quel momento non ricordo più niente», racconta, «per fortuna le mie figlie erano con me e hanno comunicato al 118 quanto accaduto in modo che i medici sapevano già cosa fare e sono arrivati direttamente col farmaco salvavita. Mi hanno detto che senza quella telefonata non avrei fatto in tempo ad arrivare in ospedale». Da allora l’uomo segue una rigida profilassi con somministrazioni a carico del sistema sanitario prima più frequenti e negli ultimi tempi ogni quattro mesi. Ma un paio di giorni fa le cose sono cambiate. «Mi hanno detto che la Asl non riconosce più questo medicinale», spiega, «e con mia sorpresa e disapprovazione mi hanno detto che mi avrebbero preparato una documentazione con la quale dovrò essere io a contattare direttamente l’azienda produttrice, spiegando che il farmaco è vitale. Poi sarà l’azienda a decidere se inviarmelo».
Una situazione che il paziente definisce paradossale. «È come se dovessi telefonare alla Fiat per chiedere un pezzo dell’auto. Questo medicinale non si trova nemmeno in farmacia», obietta, «e anche se dovessi riuscire a comprarlo direttamente alla fonte comunque costa 350 euro. Come faccio?», prosegue sgomento. «Sono sotto cura e non posso fare a meno di questo farmaco. Giorni fa leggevo sul Centro che i conti Asl stanno tornando in ordine. Certo è facile, basta smettere di pagare. Ma qui stiamo parlando della salute delle persone. Sono sconcertato, stiamo parlando di un reparto di eccellenza, con un primario che è un luminare in materia e personale composto da professionisti seri. Erano in imbarazzo anche loro nel darmi le direttive per la lettera».
Interpellata sulla vicenda, la Asl Lanciano-Vasto-Chieti spiega che l’estratto allergenico utilizzato per la terapia rientra attualmente nella fascia C, quindi tra i prodotti non rimborsabili dal servizio sanitario nazionale. L’azienda sanitaria precisa inoltre che la materia è al centro di un confronto a livello regionale: sarà infatti un tavolo della Regione a definire le modalità di gestione di questi allergeni e l’eventuale istituzione di un fondo dedicato per garantirne l’erogazione. Nel frattempo, però, resta il caso concreto di un paziente che si sente abbandonato e l’angoscia di chi sa che, se non paga, rischia di morire.
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