«Sevel verso il cambio di nome? A noi ora interessa il contratto»

L’annuncio della ragione sociale che diventerà Fca Italy non scuote più di tanto i sindacati autonomi «Se ne va un pezzo di storia alla quale siamo legati da sempre, ma era un passaggio che aspettavamo»
ATESSA. Sevel o Fca Italy, quello che conta per lo stabilimento dei furgoni commerciali leggeri non è il nome, ma il futuro, prossimo, con la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale entro la fine di dicembre, e quello ancora più lontano rispetto a prospettive, obiettivi e investimenti per fronteggiare la transizione ecologica e l'addio ai motori endotermici. È il punto di vista dei segretari di Uilm Chieti-Pescara, Nicola Manzi e Fim Abruzzo e Molise, Domenico Bologna.
L'arrivo della comunicazione via Pec da parte dell'azienda del cambio di nome dello storico stabilimento della Val di Sangro e motore d'Abruzzo con il 10% del Pil regionale non li ha impressionati più di tanto. «Certo», considera Bologna, «con il nome Sevel se ne va un pezzo di storia a cui sono da sempre affezionato essendo entrato nello stabilimento nel lontano '83. Ma era una cosa che ci aspettavamo, compresa nei vari passaggi burocratici una volta che si è siglata la fusione tra Fca e Psa dando vita al gruppo Stellantis». «Si tratta tecnicamente di un riassetto societario», riflette Nicola Manzi, «la società Psa e Fca non esiste più. Il cambiamento fa effetto più a livello affettivo ed emotivo, che riguardo eventuali conseguenze che, di fatto, non ci saranno. L'azienda è stata chiara nell'esplicitare che le attività proseguiranno "senza soluzione di continuità", ovvero senza effetti sulla produzione e occupazione».
Attualmente Sevel impiega 5.242 dipendenti di cui 4.938 operai, 258 impiegati e 46 quadri. Il vero contraccolpo occupazionale si è avuto a seguito della crisi dei semiconduttori da gennaio 2021 con la perdita del posto di lavoro di oltre 680 precari a cui non è stato rinnovato il contratto. «Se ci sono pezzi di fornitura. Sevel o Fca Italy lavora», rimarca Domenico Bologna, «il vero interrogativo è questo: se risponderà il mercato della sub fornitura. A quel punto lo stabilimento sarebbe capace di produrre senza ulteriori riduzioni di turni». Il riferimento è all'abbassamento dai 18 ai 15 turni non appena i problemi di rifornimento hanno cominciato a diventare cronici. Ultimamente si era anche parlato della scomparsa del terzo turno, ipotesi che tuttavia per Fim è da scartare. «Aspettiamo l'esito del mercato globale», osserva Manzi, «sappiamo che al momento Stellantis è pronta fin da adesso ad anticipare i motori elettrici, l'azienda si sta attrezzando velocemente ai cambiamenti. Quello che preoccupa», prosegue il segretario Uilm, «è piuttosto la Polonia. Oggi si fanno 300 furgoni al giorno a Gliwice e di fatto il mercato europeo dei furgoni commerciali adesso bisogna dividerlo tra due stabilimenti. Qui in Val di Sangro resta la professionalità e la qualità dei prodotti made in Italy, in Polonia si guarda invece ai minori costi di produzione. Una cosa è certa, il gruppo non attuerà più le politiche Fiat. Prima ad una salita produttiva corrispondeva un aumento dell'occupazione, oggi invece Stellantis calibra gli stabilimenti facendo ricorso a risorse interne e in base ai numeri produttivi». «Il nostro obiettivo», chiosa Bologna, «è portare a casa il contratto nazionale, il primo con questo gruppo. Con quello che stiamo predisponendo sulla piattaforma e la risposta aziendale penso che ce la faremo entro dicembre».
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