Ortona

Sopravvissuti tra le macerie del sisma in Venezuela: «Siamo salvi per miracolo»

7 Luglio 2026

Il racconto di Antonio e Claret, partiti da Ortona e travolti dal terremoto del 24 giugno

ORTONA. Doveva essere il viaggio della vita. Quello rimandato per tredici anni, atteso con pazienza, immaginato mille volte. Un ritorno a casa per riabbracciare un padre che non vedeva dal giorno dell’emigrazione e per mostrare al marito la terra dove lei era nata e cresciuta. Invece Antonio Alessio, 54 anni, ortonese, e la moglie Claret Sierra, 49 anni, venezuelana d’origine ma cittadina italiana e ortonese d’adozione, si sono ritrovati nel mezzo del devastante terremoto che il 24 giugno ha colpito il nord del Venezuela. Ne sono usciti vivi per un soffio. «Ci siamo salvati per miracolo», raccontano oggi, rientrati a Ortona. Erano partiti il 20 giugno. Per Claret significava tornare finalmente nel suo Paese dopo averlo lasciato nel dicembre 2013. Ha lasciato il Venezuela per amore e per abbandonare una realtà messa a dura prova dal regime Maduro, raggiungendo Antonio in Abruzzo. Da allora non era più riuscita a rivedere il padre, oggi ottantaduenne.

«Il mio passaporto era scaduto nel 2020 e non sono riuscita mai a rifarlo perché dopo il Covid non venivano rilasciati nuovi documenti per la mancanza di materiali. Quest’anno, dopo la caduta di Maduro, sono finalmente riuscita a rifarlo e abbiamo deciso che era arrivato il momento di tornare. Volevo rivedere mio padre e far conoscere a mio marito il Venezuela». I primi giorni sono trascorsi tra Caracas e La Guaira, lungo la costa, visitando i luoghi simbolo del Paese. Poi il trasferimento dai genitori di Claret, a Sant’Antonio de Los Altos. Ma il 24 giugno, festa nazionale per l’anniversario della Battaglia di Carabobo e giorno dedicato anche a San Giovanni Battista, tutto è cambiato. «Eravamo appena rientrati da Caracas», ricorda Claret.

«Stavo preparando le valigie perché il giorno dopo ci saremmo spostati dai miei genitori. Mio marito era in salotto, la nostra amica che ci ospitava sbrigava delle faccende domestiche. All’improvviso è mancata la corrente per un istante: il ventilatore ha rallentato e poi ha ripreso a girare. Subito dopo è arrivata la prima scossa. Pensavamo finisse lì, invece è diventata sempre più violenta. Sono caduta a terra e hanno iniziato a caderci addosso i calcinacci. Eravamo al terzo piano». La fuga è stata istintiva. «Sono uscita con una scarpa e una ciabatta, siamo riusciti a prendere soltanto i passaporti e i documenti. Una vicina era rimasta bloccata dietro un cancello, sanguinava. Mio marito è riuscito a liberarla». Antonio ricorda quei secondi con lucidità.

«Ho cercato di aprire il cancello, ma non ci sono riuscito. Il muro però era già crollato e l’ho aiutata a passare. Poco prima ero intrappolato sotto i calcinacci, con il piede destro incastrato. Per tre o quattro secondi ho pensato davvero che fosse finita. Mi cadeva tutto addosso, in testa, e le scosse non terminavano. Poi sono riuscito a liberarmi forzando il piede e mia moglie mi ha ritrovato. Siamo scesi scavalcando le macerie, senza nemmeno usare le scale, che non esistevamo più». Il palazzo è rimasto in piedi, ma gravemente danneggiato. «Sembrava colpito da un missile, completamente sventrato», dicono all’unisono Antonio e Claret, ripetendo quasi a memoria un commento che avranno fatto centinaia di volte tra loro dopo essersi messi in salvo. Fuori li attendeva uno scenario apocalittico.

«Il panorama era completamente cambiato», racconta Claret. «Strade spaccate, fili dell’elettricità ovunque, palazzi crollati o lesionati, auto distrutte. C’erano persone insanguinate, in pigiama, in mutande, senza scarpe. Solo allora ho capito che ci eravamo salvati da una tragedia». I due quegli attimi li hanno vissuti in maniera diversa. «La parola morte non mi è mai passata per la testa mentre eravamo in casa», spiega lei. «Ho agito d’istinto. Solo dopo, vedendo quello che era successo, ho realizzato di essere viva per miracolo». Antonio, invece, quel pensiero lo ha avuto. «Io ho avuto paura di morire», confessa lui. «Quando ero bloccato sotto i calcinacci ho creduto davvero che non ce l’avrei fatta». La notte l’hanno trascorsa all’aperto, in una piazza vicina.

«Non avevamo più nulla», dice Antonio. «Siamo rimasti lì tra urla, pianti e lamenti. Ogni tanto qualcuno tornava verso casa per paura dei saccheggi, che infatti ci sono stati. E solo all’alba, con l’aiuto di altre persone, sono riuscito a recuperare le cose più importanti, per non rimanere senza nulla». Ma è stato proprio nei momenti peggiori che hanno scoperto il volto migliore della gente. «Le persone si aiutavano continuamente», dice Claret. «Io piangevo disperata perché i miei genitori non sapevano se fossimo vivi. Un ragazzo ci ha prestato il telefono, altri ci hanno dato il Wi-Fi. Così siamo riusciti ad avvisare sia la mia famiglia sia in Italia. Mio fratello ci ha mandato un taxi e siamo riusciti ad allontanarci».

Per dodici ore nessuno in Abruzzo ha avuto loro notizie. «Due amici e l’agenzia di viaggi ci avevano segnalati alla Farnesina come dispersi», racconta Antonio. «Quando finalmente siamo riusciti a metterci in contatto, hanno comunicato che eravamo vivi». Il loro viaggio, alla fine, si è concluso come previsto, con Claret che ha rivisto il suo papà. Poi il ritorno in Italia, con un volo alternativo perché l’aeroporto di riferimento era distrutto. Antonio e Claret sono tornati a Ortona con una certezza: quei giorni tanto desiderati hanno regalato loro l’abbraccio di una famiglia ritrovata. Ma anche con la consapevolezza di essere sopravvissuti a una tragedia che forse ha reso ancora più forte un amore.

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