Sparatoria, i 4 arrestati al pm: «Noi non avevamo la pistola»

14 Maggio 2021

Gli albanesi forniscono la loro versione: «Volevamo chiarire, non c’era motivo di arrivare a tanto» Alla Procura segnalata la presenza di una quinta persona nel gruppo dei cosiddetti “aggrediti”

LANCIANO . «Non avevamo la pistola, non c’era motivo di arrivare a tanto». I quattro albanesi arrestati parlano davanti al procuratore Mirvana Di Serio e raccontano la loro verità sulla sera del 18 aprile, quando in una sparatoria nella zona industriale di Lanciano sono rimasti feriti due connazionali, uno in modo permanente.
COLLEGATI DAL CARCERE Sono stati gli stessi indagati, consigliati dai legali, a chiedere di essere nuovamente interrogati dalla Procura, dopo avere fatto scena muta all’udienza di convalida degli arresti. E ieri mattina Altin Pojana, 39 anni, residente a Fossacesia, Amarildo Ferko, 23, residente ad Altino, Florenc Kurti, 25, e Behar Gjoka, 22, residenti a Selva di Altino, sono stati ascoltati in remoto dalle carceri in cui sono detenuti da quasi un mese. Questa volta non si sottraggono alle domande del procuratore capo, che mette subito in chiaro di avere bisogno di «elementi concreti» per valutare diversamente i fatti cruenti di quella domenica. Alle 20, nella zona industriale di Follani, si ritrovano 4 contro 4 per chiarire un diverbio scaturito poco prima in centro tra alcuni di loro. Dalle parole si passa subito alle mani: E.S., 23 anni, viene colpito con una mazza alla testa e il cognato, O.K., 28 anni, intervenuto in suo soccorso, si becca un proiettile alla schiena che lo rende tetraplegico.
LA PISTOLA A indirizzare i carabinieri di Lanciano sui quattro sono, subito dopo i fatti, i connazionali della parte avversa. I due giovani feriti e i loro amici, R.T. e A.T., raccontano che ad avere la pistola e a sparare è Pojana. «L’ha puntata in faccia a O.K. e ha premuto il grilletto», mette addirittura a verbale E.S., «ma la pistola si è inceppata. Poi ha riarmato e ha sparato mentre mio cognato scappava». Due colpi vengono effettivamente sparati, come dimostrano il bossolo ritrovato a terra e quello estratto dalla colonna vertebrale del 28enne. Questi, sentito la sera stessa dai militari in ospedale, racconta invece che i primi colpi sono inferti con il calcio della pistola, impugnata a mo’ di mazza, poi mentre scappa sente prima il “clik” del colpo andato a vuoto e poi il secondo conficcarglisi nella schiena. La calibro 38, che in ogni caso era detenuta illegalmente, non è stata trovata.
CHI HA SPARATO? «Pojana ha ribadito di non aver portato alcuna pistola», afferma l’avvocato Immanuel Luigi Aloè, «se l’arma, come raccontano gli altri, era impugnata dalla canna, nella colluttazione potrebbe essere partito il colpo». Il 39enne, tuttavia, è l’unico sul quale è stata eseguita la prova dello stub, per rintracciare le micro particelle conseguenti ad uno sparo. «Kurti e Gjoka non hanno visto pistole», riferisce il difensore dei due, l’avvocato Gaetano Pedullà, «né hanno visto chi ha sparato. Raccontano che la discussione è degenerata e di aver sentito i colpi. Ma l’incontro era stato organizzato per un chiarimento, non c’era alcun motivo di arrivare a tanto».
LA QUINTA PERSONA L’elemento nuovo fornito alla Procura è la presenza di un quinto nel gruppo dei cosiddetti aggrediti. «Da questa persona è partito l’equivoco al bar che ha scatenato tutto», spiega Pedullà, «ha raccontato a E.S. e A.T. che gli altri li avevano definiti “barboni”, così ne è nata una discussione con qualche spintone. Poi i due gruppi si sono separati». Per ritrovarsi nella zona industriale, dove sarebbe stata pretesa anche la presenza di questo giovane, un 30enne residente in Val di Sangro. «È un’omissione grande», rimarca l’avvocato Aloè, «che attendibilità può avere chi fornisce versioni non coerenti dei fatti e, per giunta, nasconde la presenza di un’altra persona sulla scena del reato?».
I TELEFONI «Tutti hanno fatto telefonate per chiamare a raccolta amici e parenti nella zona industriale», sviscera un altro aspetto l’avvocato Silvana Vassalli, che difende Ferko, «perché sono stati sequestrati solo i cellulari dei nostri? Vedremo cosa emergerà dai tabulati telefonici. Quella sera si è svolto tutto in pochissimi minuti. Il mio assistito ha sentito il colpo, ma non ha visto la pistola. È andato in aiuto di un amico, ma è in buoni rapporti anche con gli altri. A detta di tutti la sua è una posizione defilata, eppure resta in carcere senza poter lavorare come gli altri. È il caso che chi sa di più parli».