Trenta malori dopo la cena. Scagionata la ditta Genobile

4 Novembre 2026

Il giudice di Chieti: «Gli alimenti non erano adulterati, nessuna correlazione»

CHIETI

Non sono riconducibili alla ditta Genobile i malori accusati da trenta persone dopo aver consumato il cenone da asporto del Capodanno 2026. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari (gip) del tribunale di Chieti, Maurizio Sacco, che ha disposto l’archiviazione del procedimento penale aperto nei confronti di Nicola e Domenico Genobile, legali rappresentanti della storica attività di Torrevecchia Teatina, conosciuta in tutto l’Abruzzo per la produzione di porchetta e di lavorati di carne suina, oltre che nei settori del banqueting, del catering e della gastronomia.

L’INDAGINE

L’inchiesta è scattata lo scorso 1° gennaio, quando alcune persone si sono recate nei pronto soccorso di Chieti e Pescara con sintomi di malessere gastrointestinale, dichiarando di aver consumato, in occasione dell’ultima notte dell’anno, il menù proposto dalla nota azienda teatina. A quel punto sono partiti gli accertamenti dei carabinieri del Nucleo antisofisticazioni e sanità e dell’Azienda sanitaria locale Lanciano Vasto Chieti, che si sono occupati dei campionamenti degli alimenti impiegati nella preparazione dei pasti d’asporto e ancora disponibili nella ditta. In due case, i cui abitanti avevano manifestato sintomi, erano state inoltre prelevate le rimanenze della cena del 31 dicembre. In un primo momento i Genobile erano finiti sotto inchiesta per la presunta violazione di alcune norme di carattere igienico-sanitario. Ora il gip ha accolto la richiesta degli indagati, assistiti dall’avvocato Domenico Russi, che ha depositato in tribunale anche una consulenza di Vincenzo Olivieri, specialista in ispezione degli alimenti di origine animale. L’inchiesta, dunque, va definitivamente in archivio per «insussistenza del fatto».

IL MENÙ

Quella sera sulla tavola di quasi 5.000 clienti era arrivato un menù che prevedeva antipasti a base di salumi e formaggi, le tradizionali pallotte cacio e ova, poi i primi con lasagna rossa e bianca, gnocchetti con verdure, tortino di polenta, secondi di carne e contorni a scelta tra funghi e piselli, scarola con olive e broccoli, fino all’immancabile cotechino con le lenticchie, simbolo di buon auspicio. La ditta aveva previsto anche «primi per celiaci, menù vegetariano e menù per bambini». L’ordine minimo era per otto persone e il ritiro era cominciato già dalle quattro del pomeriggio, con consegne scaglionate di box sigillati ermeticamente.

L’ORDINANZA DEL GIUDICE

«Gli accertamenti tecnici», scrive il gip, «non hanno individuato in azienda una matrice contaminata né una condizione ambientale idonea a spiegare l’insorgenza dei malesseri: tanto i tamponi ambientali quanto le analisi sulle matrici alimentari ancora disponibili nella Genobile srl hanno dato esito negativo. Su 346 ordini, corrispondenti a 4.330 portate consegnate per il cenone, trenta persone hanno fatto ricorso alle cure mediche e soltanto sei sono risultate positive allo Staphylococcus aureus. Le rimanenze acquisite in due abitazioni private hanno dato, rispettivamente, esito negativo ed esito solo parzialmente positivo per il medesimo batterio». Secondo il magistrato, «la positività riscontrata in sei pazienti e in una delle rimanenze domestiche costituisce un dato compatibile con un episodio di contaminazione, ma non consente, per sé solo, di identificarne la fonte nelle pietanze preparate e commercializzate dagli indagati».

LA CONCLUSIONE

Il gip arriva a questa conclusione alla luce di almeno quattro evidenze: «Il campione alimentare positivo non è stato prelevato nei locali dell’impresa, bensì in un’abitazione privata dopo la consegna e il consumo; manca un riscontro positivo sulle matrici e sugli ambienti aziendali; non emerge dagli atti un accertamento capace di stabilire l’identità tra il ceppo rinvenuto nel campione domestico e quello rilevato nei pazienti; né risulta ricostruita una correlazione univoca tra una determinata pietanza, il suo consumo e tutti o una parte significativa dei casi clinici». Tradotto: «La coincidenza microbiologica, pur meritevole di considerazione, resta isolata e priva dei necessari elementi di raccordo causale». In definitiva, «il complesso degli elementi acquisiti non offre una base probatoria idonea a sostenere in giudizio, con ragionevole previsione di condanna, né che gli alimenti posti in commercio dalla ditta Genobile fossero adulterati e concretamente pericolosi per la salute pubblica, né che i malesseri denunciati fossero riconducibili a una contaminazione originatasi nella fase di preparazione o conservazione in azienda». Il magistrato ritiene che «tale conclusione non discende dal solo rapporto numerico tra portate distribuite e persone sintomatiche, dato non autonomamente decisivo, ma dalla valutazione congiunta della negatività degli accertamenti aziendali, della positività circoscritta e non univocamente correlata dei reperti domestici e clinici e dell’assenza di ulteriori elementi convergenti idonei a individuare una fonte comune di contaminazione».

IL COMMENTO

«Fin dal primo momento», dice Nicola Genobile, «io, la mia famiglia e tutti i nostri collaboratori abbiamo vissuto con incredulità e stupore la vicenda, ponendoci a completa disposizione degli organismi di controllo e della magistratura. Abbiamo atteso fiduciosi l’auspicato epilogo che oggi premia la correttezza e l’affidabilità commerciale della nostra azienda, che si tramanda da quattro generazioni, consapevoli di aver operato nel pieno rispetto delle regole, della qualità e della sicurezza alimentare. Con senso di responsabilità e serietà, sin da subito, abbiamo manifestato la disponibilità a farci carico di eventuali doverosi interventi riparatori, se dovuti. Dopo lunghi mesi di attesa», chiude Genobile, «finalmente la magistratura ha ristabilito la verità dei fatti, eliminando ogni ombra sulla nostra attività, oggi continuata con passione e professionalità anche dai miei figli Domenico, Arianna e Serena. Ringraziamo i tantissimi clienti e amici che mai hanno dubitato della nostra correttezza, manifestando vicinanza, solidarietà, stima e fiducia».